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martedì 10 marzo 2015

Young Detective Dee - Il risveglio del drago marino


Lo attendevo con trepidazione. Quando un mesetto fa Rai 4 ha iniziato a far girare i nuovi titoli della serie “Missione Estremo Oriente”, e ho visto anche Young Detective Dee – Rise of the Sea Dragon, ho esultato. D'altra parte, Detective Dee – Il mistero della Fiamma Fantasma è stato davvero un buon film, pieno d'azione e di coreografie mozzafiato, e con una buona trama. Non mi aspettavo molto di diverso.
Queste aspettative me le devo infilare dove non batte il sole, perché come al solito, quando si parla di sequel e prequel devo imparare a volare basso. Il primo è stato bello? Non importa, il secondo può fare schifo e spesso è così.
Infatti, Young Detecteve Dee è imbarazzante. Hanno voluto esagerare! Esagerare con la CGI, esagerare con gli elementi “fantastici”, esagerare con le particolarità. Il risultato è trash, ma vero, nel senso brutto della definizione.
La trama come al solito è molto buona, perché l'intreccio è interessante e il film, dovendo essere investigativo, accoglie alla perfezione la componente “gialla”. Ehee, i gialli dai gialli – come sono simpatica.
Credo che l'errore peggiore sia stato l'intervallare nelle scene d'azione momenti in cui sono gli attori a combattere a parti realizzate in CGI. L'effetto è brutto, pacchiano anche perché la CGI non è di alto livello. Non posso che chiedermi cosa sia successo: in D.D. erano gli attori a realizzare quasi ogni combattimento, aiutati dalla CGI per i ritocchi del caso, far sparire i fili prima di tutto. In Young D.D. che cosa è successo?! Cinesi che non si fanno loro i combattimenti?! Da quando?! Ridatemi le cinesate!

L'enorme flotta dell'Imperatrice viene affondata da un presunto drago marino.
Chi ha visto D.D. sa perfettamente che c'è sempre una spiegazione razionale a ciò che succede nella pellicola. D'accordo, magari gli insetti da cui si estraeva il veleno che faceva prender fuoco alle persone quando esposte al sole non sono propriamente “reali”, ma sono tali nell'ambientazione – e questo esclude la componente soprannaturale. Inoltre, nella pellicola li hanno ingigantiti, ma può ben essere che ci siano nel mondo insetti che producano sostante infiammabili.
Riguardo al drago marino, ci torniamo dopo. Per quietare la divinità, a quanto sembra irritata dal passaggio della flotta, viene scelta la prima concubina della città, perché possa espletare i riti necessari.
Durante il tentativo di rapimento, oltre a Dee che giunge in soccorso, arriva anche un umanoide medio... rettiliforme. Presente il classico cinese medio? Ecco, solo in versione lucertoloide. Verde, squamoso, coda, mani palmate... li avete dalle vostre parti? In casa mia non ci sono, in genere, e preferisco non entrino, quindi... perché lui ci è entrato? Perché era in un film che io stavo guardando?
La risposta mi lascia ancora basita. In buona sostanza, è un normale umano mutato dai parassiti. E ritornano gli insetti, e va bene: agli sceneggiatori di D.D. piacciono gli insetti, nessun problema. Magari speravo in un po' di originalità in più, ecco, ma questa non è neanche la cosa peggiore. Va bene, d'accordo: sono riusciti a ideare un affare che muta in quel modo la gente, ma perché gli stessi cambiamenti non sono avvenuti in tutti quelli che hanno bevuto la miscela di tè responsabile dell'avvelenamento del nostro cinese-medio? Perché era in concentrazione maggiore nella sua tazza? Se era così devo essermi persa il dettaglio. Mah.
La cosa veramente assurda è che con quei parassiti viene trasformata anche una razza... una razza diventa enooorme, enooorme! Con la pelle che sembra la classica corazza di un drago e una bocca grande e piena di denti aguzzi. Eccolo qua il famoso drago che ha attaccato la flotta imperiale.
Capisco prendere il classico mito cinese, quello della buona sorte o della malasorte che dipendono dall'umore dei draghi, ma messo così non è un pochettino eccessivo? Anche perché il drago è il frutto della vendetta del clan che vive su un'isola, che si è visto distrutto a causa della guerra fra due regni.



Se dovessi dargli un voto (e non lo farò) non sarebbe proprio bassissimo. Nonostante tutto ho raccontato solo le cose peggiori. Ripeto, di base la trama è interessante, visto che ci sono ben due misteri da risolvere. Gli attori sono sempre bravi, se piace la recitazione cinese. Gli ambienti sono belli, l'unico punto veramente stridente della CGI è quello dei combattimenti, ma ripeto: è anche a causa dell'inframezzarli a scene girate dagli attori.
Tuttavia, consiglio vivamente di avere pretese molto basse quando si inizia a vederlo, salvo trovarsi frastornati come me.

Speriamo non ne facciano un terzo. Lo dico a malincuore, a me D.D. piace...

lunedì 16 febbraio 2015

2035: The Mind Jumper

Originariamente apparso su Isola Illyon.

Le domande riguardo a questo film partono dalla locandina: ma cos’è sta roba?! Un poliziotto-robot… eh vabbè.
Volevo parlare di Jumper, e invece no. Invece il caso ha deciso che dovrò parlare di altro, dato che Jumper non lo ho trovato e mi è capitato fra le mani 2035: The Mind Jumper. Dovevo perdere un po’ di tempo nella mia insonnia e mi sono detta “vabbè, sci-fi per sci-fi, guardiamo questo… se fa schifo sono solo 85 minuti di tortura”. In effetti, quando ho a che fare con film sconosciuti e che puzzano di low budget o di serie-B (e io ci sguazzo in queste categorie), la prima cosa che controllo è proprio la durata. Se il film non supera di molto l’ora e mezza, mi sento abbastanza rincuorata e sicura che ci sia dentro solo cose funzionali alla trama… che è poi quello che vorrei da un prodotto non di primo piano.
Quindi, da quelli che saltano fra i vari punti della Terra, a quelli che…non saltano. Ma corrono tanto, tantissimo. La prima cosa contro cui lo spettatore di 2035 impatta senza scampo è l’enorme quantità di azione. In quindici minuti di film, si sono picchiati quattro volte. Detto così può sembrare che il prodotto scada nella banalità più nera, ma no… poi si picchiano sempre di meno e la trama riemerge.
La storia è lineare, senza grandi intrecci, ma giustifica gli 85 minuti di durata e non si perde via in cose superflue o smielate. Si parte con un tentato stupro, si passa allo sterminio di una trentina di persone, si arriva alla rimozione forzata di un microchip celebrale e si approda, verso la fine, all’elusione di un salvataggio a favore del completamento della missione. E si conclude con una scazzottata. Una macchia nera rilevante è il bacio fra i protagonisti dopo un’oretta di film dinamico e con scene essenziali – un pregio, perché quello che non viene detto non ha rilevanza. Il bacio: loro scendono dalla macchina, lui blatera, lei lo zittisce. Vi ricorda qualcosa? A me sì: la scena è trasposta quasi identica in Lucy di Luc Besson… solo che 2035 è del 2007, e Lucy del 2014. Alla copiatura! Alla citazione! No, credo di no per entrambi gli internal scream: penso si tratti più che altro di un caso, di una certa iconografia che ritorna. Abbastanza sbagliata, comunque, perché implica l’arresto della scena in punti dinamici a favore di una singola azione molto statica.

2035themindjumper
I Dinozord: ve li ricordavate tutti? Tigre dai denti a sciabola, Triceratorpo, T-rex, Pterodattilo e Mammut: la mia infanzia.
Detto questo, ripartiamo.
“2035: The Mind Jumper?! Ma chi è l’idiota che ha sbagliato il titolo di questo articolo?! Il film si intitola Nightmare City 2035!”
Sì, il film si intitola Nightmare City 2035 negli altri paesi, ma non in Italia, in cui evidentemente è d’uopo rivoluzionare i titoli, cambiarli completamente, alterarne il senso. Anche perché, ora, in tutta sincerità, quando io ho visto nel titolo “mind jumper” pensavo che ci fossero in mezzo dei telepati o non so che. Magari entravano in una realtà virtuale, oppure erano IA che si spostavano all’interno di coscienze…ma non avrei mai potuto indovinare la trama! Certo, è vero che neppure “nightmare city” è molto indicativo, anche perché esiste un Z-movie che si intitola così! Però per lo meno capisci fin dall’inizio che Nightmare è il nome della città, ti metti l’anima in pace, intuisci che qualcosa di quel posto non va e va bene così. Ma “Mind jumper”…in Italia dobbiamo proprio perdere il vizio di interpretare a caso i titoli. Cioè, mi sembra come quando è uscito la seconda pellicola dedicata a Thor. In America e nel resto del mondo: Thor – The Dark Reign. In Italia: Thor – The Dark World. Cioè, ma dico: vi divertite a prenderci tutti per i fondelli? Se lo dovevate lasciare in inglese, lo lasciavate in originale, no? Geniali, come al solito. Ci dobbiamo distinguere, sempre nel male.
Vabbè, ripartiamo dall’inizio (per la seconda volta).
2035: The Mind Jumper o Nightmare City 2035, che dir si voglia, per la regia di Terence H. Winkless. E chi accidenti è questo? Un signor regista (non proprio). Ha all’attivo molti film assolutamente sconosciuti, tra cui The Westing Game che ha vinto un premio al New York Festival Award, ma le vere chicche devono ancora arrivare. Infatti, ha diretto alcuni episodi di Pacific Blue (una serie di poliziotti in bicicletta… oh miei Dei!) e di (udite, udite!) Mighty Morphin’ Power Rangers, la prima serie, quella con i Dinozords. Quanti ricordi, questo per me è un momento molto imbarazzante, non infierite nei commenti, vi prego.
Per quanto riguarda gli effetti speciali, per il budget cui si appoggiavano non c’è davvero nulla da recriminare: sono godibili. Le scenografie sono buone, niente pixel enormi, niente sbavature, niente vuoti. L’aggiunta dei raggi laser delle pistole non ha errori – non divergono rispetto al punto di mira come accade nei vecchi film di Star Wars e, come in perfetta tradizione (SW), i protagonisti hanno un bonus di schivare +30 contro… mh, contro tutto, a parte i cazzotti. Unghie sulla lavagna però quando vediamo la protagonista sparare raggi laser dall’occhio (che potrebbe essere bionico? boh): se era completamente meccanico era il caso di dircelo, se non lo era devo far presente allo sceneggiatore che un raggio laser sparato da dentro l’occhio lo avrebbe completamente bruciato.

2035themindjumper
La fighissima protagonista che spara raggi laser dagli occhi. “La domanda non è cos’è, la domanda è perché?!”
Infine, se vogliamo parlare della sceneggiatura di 2035 con cognizione di causa, dobbiamo necessariamente definirla lacunosa. Ci sono alcuni evidenti errori (primo fra tutti personaggi che non si conoscono e che si fidano immediatamente gli uni degli altri) e parecchie informazioni non date riguardo al background di Nightmare City. Cos’è la catastrofe? Ha afflitto solo la città o il mondo intero? Riguarda internet? È veramente possibile che una catastrofe che riguarda solo internet abbia fatto regredire la città? Come si è instaurato il governo-ombra di cui parla il film? E soprattutto, cosa succede dopo il film?
L’ultima sembra una domanda banale e inutile, ma con una trama che parte da una dittatura imposta attraverso le illusioni, quando la liberazione arriva mostrando a tutti la bruttezza del “mondo vero”, vorremmo sapere come le persone prenderanno il cambio totale della loro condizione. Sembrerebbero felici che il tiranno è stato sgominato…ma quando i tiranni cadono tutti esultano. Il problema è il dopo: quando tu precipiti dalla tua condizione di supposto benessere direttamente nella pattumiera per le strade… sei davvero felice di aver scoperto la verità? Chiederai di tornare nell’illusione e spegnerai il cervello? Oppure ti rimboccherai le maniche per migliorare la tua condizione e quella di tutti gli altri?
Alla fine, penso che il vero valore aggiunto di questo film siano le domande che lascia e i quesiti che propone. 2035 è un film distopico, perché in quel futuro la società è totalmente assoggettata ad un’utopia corrotta e negativa, mezzo per il controllo di massa, piuttosto che chiave di un reale benessere. Infatti, gli individui sono controllati attraverso microchip celebrali che inviano al cervello l’immagine di una città perfetta e permettono, in modo illusorio, la realizzazione di se stessi. Grazie al microchip tu diventerai un grande “qualsiasicosavorrai”, è questo lo slogan con cui quello strumento viene presentato.
Credo che questi temi, sia il controllo sociale che l’illusione del benessere e della realizzazione di sé, siano quanto mai attuali. In parte perché ormai, fra i mezzi a disposizione e la grigia crisi in cui siamo precipitati, sentiamo forte il richiamo verso la concretizzazione delle nostre aspirazioni (e a volte ci crediamo molto migliori di quello che siamo in realtà). Dall’altro, la nostra stessa società vive un’illusione: quella del benessere, ma anche quella della democrazia. Un tema che ci tocca da vicino, soprattutto in Italia, dove viviamo ormai solo di false speranze, pur continuando a dimostrarci il popolo di oziosi procrastinatori che siamo dagli albori della nostra storia.

Event Horizon e altri: l'orizzonte degli eventi

Originariamente apparso su Isola Illyon.

Andando a dormire senti un certo peso sullo stomaco, ma sbirciando non vedi nessun cinghiale? Se correrai in bagno per soddisfare la tua nausea, prima di maledire il polpettone della suocera ricorda che c’è a chi è andata peggio e ha vomitato il proprio braccio, o ha sputato, disgustato, il bulbo oculare di un compagno… succede, quando usi un maledetto buco nero per un salto di curvatura!
Sì, braccia vomitate e occhi sulla lingua sono la premessa ad un filmone passato veramente tanto sottotono, sia fra la “grande” critica, che fra gli appassionati del genere: non molti hanno visto e apprezzato Event Horizon, in italiano “Punto di non ritorno”, e in pochi si sono soffermati a dare al film la giusta considerazione.
Di per sé, potremmo essere davanti all’ennesimo fantahorror, ma la verità è che Event Horizon è un prodotto assolutamente godibile per tutti, anche per chi (come me) in caso di fantahorror è infastidito come un paguro davanti allo sfratto. Se ci si aspetta un viaggio nello spazio con drammatica conclusione, in cui parte dell’equipaggio finisce fuoribordo e dispersa, senza bombole di ossigeno funzionanti, le attese sono soddisfatte solo in parte. Event Horizon sfrutta tutti gli elementi base del fantahorror, ma crea qualcosa di più: crea uno sci-fi gore, con tanto di cascata di sangue, in puro stile Evil Dead.

eventhorizonprototipo
La sala del Prototipo: al centro dei tre dischi luminosi vi è un buco nero artificiale: come quella stanza riesca ad annullarne l’attrazione gravitazionale è un mistero della fantascienza. Beh, è un mistero anche come siano riusciti a creare un buco nero artificiale, in effetti…
2047: la Terra riceve un segnale di soccorso dalla nave stellare Event Horizon, sparita sette anni prima a livello dell’orbita di Nettuno, durante il primo tentativo di salto di curvatura attraverso il Prototipo. L’equipaggio dell’astronave Lewis&Clark viene inviato a verificare le condizioni della Event Horizon e a recuperare il Prototipo.
Questo Prototipo non è fantomatico, infatti viene subito spiegato essere un artefatto contenente un buco nero artificiale. Qualcosa, durante la sua attivazione per il salto di curvatura, non è però andata molto bene e, infatti, la squadra di soccorso trova un inquietante filmato, nel quale il capitano dell’astronave supplica di “liberarli dall’Inferno”. Mi risparmio i particolari gore, perché sono convinta che chi vorrà guardare il film avrà piacere di scoprirli da sé.

eventhorizon
Ops, ecco un particolare gore! Come avrebbero potuto mancare carne e sangue sparpagliati per la sala comandi?
La pellicola di Paul W. S. Anderson, marito di Milla Jovovich e regista fra l’altro di Mortal Kombat (1995), della serie di Resident Evil (iniziata nel 2002), di Alien vs. Predator (2004) e dei Tre Moschettieri (2011), non ha avuto al botteghino il riscontro atteso. Quando Event Horizon arrivò nelle sale nel 1997 ottenne scarso interesse, tanto che in Italia la maggior parte delle recensioni è successiva all’anno di uscita. I critici ne dissero di tutti i colori:
    • che il film era troppo violento; ehi, ma è un fantahorror (gore)!
    • che il linguaggio parascientifico è ridicolo; veramente, è il film che spiega in modo più chiaro cos’è un salto di curvatura e che non si lancia in altre considerazioni parascientifiche, ma che da per scontato che tutto nella fantascienza sia lecito;
    • che il fatto che tutti si chiamino con il loro titolo di bordo è assurdo; perché, il Capitano Kirk non lo faceva con il suo equipaggio? Poi quando andavano in vacanza dava loro del tu…
L’unica osservazione valida è che questo è un fantahorror con una storia da seguire. Quindi non è piaciuto, dicono loro. Quindi è gradevolissimo, dico invece io. Proprio perché ha una storia, tiene incollati dall’inizio alla fine… e poi, finalmente un horror con una trama degna di quel nome! Dissento anche sul fatto che lo sviluppo sia confusionario, anche se il finale può essere passibile di una duplice interpretazione. E questo non è forse meraviglioso?
Oltre al salto di curvatura attraverso un buco nero, l’altro punto fondamentale del film è che tutto quello che accadrà ai poveri protagonisti dipende dalla Event Horizon stessa, perché la nave è viva e dotata di volontà propria. Vuole dei compagni di viaggio e farà di tutto per trattenerli. Ahi ahi!
Come è possibile che la nave sia diventata viva? Diciamo che quando usi un buco nero per saltare nello spazio-tempo tutto è possibile. Diciamo anche che l’ipotesi è che la Event Horizon, durante il salto, sia entrata in contatto con una dimensione (metafisica) infernale, che ne ha cambiato la natura. Una dimensione che, in qualche modo, ricorda il Warp di Warhammer.
C’è da dire che Event Horizon ha alcuni debiti con altre produzioni, richiami a volte rivolti agli appassionati di sci-fi, a volte agli appassionati di horror e gore.
Per esempio, la questione della nave interamente viva e dotata di una propria, incomprensibile, volontà potrebbe non suonare nuova. Per scrivere questo articolo, ho dovuto riflettere parecchio su questo particolare, che mi suggeriva qualcosa che non riuscivo a mettere a fuoco.
solaris1972
No, non è vero: Solaris non ha mai preteso di essere la risposta a “2001: Odissea nello spazio”, i due film non hanno nulla da spartire l’uno con l’altro. Quello slogan fu solo l’ennesimo impacciato tentativo italiano di sponsorizzare Solaris.
Poi mi è venuto in mente di un libro che ho letto da adolescente, di un polacco, tale Stanislaw Lem. Il testo in questione è Solaris, del 1961, e appartiene alla sezione “filosofica” della fantascienza, il che lo rende un po’ pesantino. In Solaris non c’è una nave, ma addirittura un intero pianeta ricoperto da un oceano gelatinoso vivo e dotato di volontà propria. Il gioco funziona un po’ come Event Horizon. Uno psicologo viene mandato sull’ultima base in orbita attorno a Solaris per decidere cosa fare di quella stazione e se valga la pena proseguire gli studi sul pianeta. Una volta arrivato, vi trova “ospiti” non umani, composti da particelle neutriniche e, per questa caratteristica, indistruttibili e immortali. Scoprirà a sue spese, quando uno degli “ospiti” impersonerà sua moglie, che queste estrusioni dell’oceano sono in grado di imparare, immagazzinare ricordi, acquisire consapevolezza di sé stessi: sono definibili umani, dunque? Ed eccola qua la domanda più famosa della sci-fi!
I russi resero Solaris un film nel 1972, sotto la regia di Andrej Tarkovski, e gli americani hanno fatto un remake nel 2002 per la regia di Steven Soderbergh. Il film che ho visto io, bello per quelli cui piace la fantascienza “Golden Age”, cioè un po’ retrò e con tutti i problemi di recitazione ed effetti speciali del tempo, è quello del 1972. In Italia siamo dei disgraziati e quando il film è stato importato, per riuscire a farlo stare in una videocassetta, è stato mutilato dei primi 40 minuti (con ovvi stravolgimenti nei dialoghi) e, come se non bastasse, l’adattamento fatto da Dacia Maraini utilizzò un gergo estremamente popolare, per azzerare la distanza fra il tono intellettuale del film e lo spettatore medio italiano. Tarkovski fu così indignato da questo stravolgimento “antitetico” da pretendere di non figurare come regista. A conti fatti, l’unica cosa buona che siamo riusciti a fare con questo film è trasmetterlo nel luglio del 1976, mentre la Viking1 atterrava su Marte, dandogli così un po’ di visibilità.
Io ho visto questa versione mutilata, che sconsiglio. Per gli interessati è uscita in DVD nel 2002 la versione integrale, con audio russo sottotitolato in italiano. Per quanto riguarda i libri, Solaris di Stanislaw Lem è arrivato in Italia nel 1973 a cura de Le Nord, è entrato a far parte degli Oscar Mondadori nel 1982, ed è stato pubblicato nei Classici Urania nel 1990. Tutte le traduzioni sono a cura di Eva Bolzoni, a parte quella del 2013 curata da Vera Verdiani per un’edizione Sellerio. Quest’ultima dovrebbe essere quindi la traduzione aggiornata, che è quella che consiglio.
leviathanhellraiser
Leviathan, il rombo, è l’entità suprema di Inferno, il luogo da cui provengono tutti i Cenobiti. Regna indiscusso su… una dimensione metafisica? o su un pianeta?
Una nave stellare viva a confronto con un intero oceano vivo. Il parallelo è chiaro e semplice ma, come mi fa notare la mia regia, a Solaris manca un elemento fondamentale per assomigliare a Event Horizon: il gore.
È vero, ma questa carenza viene ampiamente compensata dall’altra grande produzione citata in diversi punti di Event Horizon. Sto parlando di Hellraiser, che nel film ritroviamo nelle visioni dei protagonisti, ossessionati dalle proprie colpe, nell’ingresso in Inferno della Event Horizon, nell’utilizzo di un artefatto “dimensionale” e… nell’ufficiale scuoiato verso la fine del film. In particolare, Hellraiser – Bloodline (il quarto capitolo della saga, uscito nel 1996) è in parte uno sci-fi, essendo ambientato anche nel 2127 su una nave spaziale. E questa nave spaziale è un artefatto della stessa “specie” del Cubo di LeMarchand, in grado di collegare la nostra realtà con quella di Inferno. Proprio come fa anche la Event Horizon.
Volendo avventurarsi in territorio minati, Bloodline non è l’unico elemento fantascientifico in Hellraiser: e se i Cenobiti, i “cattivi” della saga, non fossero angeli o demoni, o creature di un universo metafisico, bensì alieni… o meglio, extraterrestri? Se Inferno, che nelle graphic novel è un’entità viva, non fosse un’altra dimensione, bensì un pianeta? Vivo e volitivo, proprio come Solaris. A questo punto i Cenobiti sarebbero extraterrestri, e Hellraiser un altro sci-fi gore. Il fatto poi che arrivino sulla Terra per prendere essere umani e renderli uguali a loro, è semplicemente un modo per proseguire la propria specie e popolare Inferno di Cenobiti che possano gestire la fauna “autoctona”, per cacciare nuove creature. In effetti questi particolari si evincono meglio dalle graphic novel, di recente raccolte dalla Bao in alcuni volumi.
Verrebbe addirittura da azzardare che lo stesso Clive Barker, papà dell’universo Hellraiser (libri, film e addirittura di alcune sceneggiature dei fumetti), abbia in qualche modo preso spunto da Solaris e dal suo oceano vivo per creare Inferno o Leviathan: nelle graphic novel non si fa mai cenno ad Inferno, ma si parla sempre e solo di questa entità, Leviathan, che è l’inizio e la fine della dimensione dei Cenobiti, la volontà assoluta, il creatore e il distruttore. La mia regia vorrebbe portassi avanti con fermezza e decisione questa teoria, ma la verità è che, salvo un’intervista a Barker, è dura capire cosa avesse in testa mentre creava Hellraiser… e forse io dovrei smetterla di fumare il narghilè insieme al Brucaliffo prima di scrivere gli articoli per Illyon.
Ad ogni modo, il Prototipo come il Cubo di LeMarchand quindi: un paragone possibile, perché in effetti entrambi gli artefatti aprono un varco dimensionale. Entrambi creano, quindi, dei wormhole, un tema molto caro alla fantascienza.
Esistono principalmente due tipi di wormhole, quelli intra-universo, che uniscono due punti dello stesso universo (in tempi e spazi differenti), e quelli inter-universo o wormhole di Shwarzschild, che permetterebbero l’accesso ad altri universi, in linee temporali estranee e spazi alieni.
wormhole
Il funzionamento spiccio di un wormhole: piegando lo spazio-tempo, il percorso è più breve!
Concludo con una curiosità su queste “scorciatoie” per altri punti dello spazio-tempo. Il genere sci-fi ne ha parlato e li ha abusati molto, ma esistono modelli matematici che descrivono i wormhole, ritenuti plausibili nell’ambito della relatività generale. Plausibili, ma ancora non creabili od utilizzabili, in quanto non disponiamo né di tecnologia, né di conoscenze teoriche sufficienti al loro impiego o realizzazione in sicurezza.
In ogni caso, per utilizzare un wormhole, non servirebbe una tecnologia superluminale, cioè in grado di abbattere la frontiera della velocità della luce. Essendo scorciatoie che idealmente “piegano” lo spazio tempo, mentre la luce dovrebbe continuare a compiere il percorso normale, la navicella viaggerebbe attraverso un tunnel più breve della vera distanza, potendo quindi utilizzare una velocità subluminale e arrivare comunque prima. Attualmente, questo tipo di viaggio è in fase di studio, ma sembra che la NASA ci creda parecchio… auguriamoci che a nessuno venga mai in mente di utilizzare un buco nero artificiale per piegare lo spazio-tempo!

Pacific Rim: jaeger contro tutti!

Originariamente apparso su Isola Illyon.

http://www.isolaillyon.it/wp-content/uploads/2014/09/pacificrimtalesofyearzero.jpg
“Pacific Rim: Tales of Year Zero” è il fumetto prequel del film

Mostri giganti vs robot giganti: così era stato presentato Pacific Rim di Guillermo del Toro al Comicon di San Diego del 2011, quando ne venne annunciata la lavorazione. Non avrebbero dovuto esserci sorprese nel guardare il film. Invece di sorpresi ce ne sono stati, e tanti.
Forse nessuno aveva preso sul serio del Toro quando aveva dichiarato di voler realizzare la pellicola che lui stesso avrebbe voluto vedere da tredicenne?
Il punto per apprezzare Pacific Rim è tutto qui: regredire all’età mentale di un bambino che non vede l’ora di ammirare robot giganti picchiare mostri ancora più grossi e cattivi. Ed è per questo che la critica si spacca: da una parte quelli che speravano in più trama, più spessore, personaggi più caratterizzati; dall’altra quelli che hanno interpretato il film con lo spirito giusto e si sono lasciati coinvolgere dalla spettacolarità.
La trama? Quale trama? Non c’è trama in questo film! C’è un pretesto: mostri giganti che spuntano da una crepa dimensionale nell’Oceano Pacifico e l’ umanità costretta a creare altri mostri, gli Jaeger, i robot giganti, per far fronte alla minaccia. Altro? Non c’è, perché a del Toro bastava questo per raggiungere l’obiettivo prefissato.
Non ho visto il film al cinema, non gli avrei dato un centesimo. Ho visto il film a casa, noleggiato in dvd e il primo impatto, anche per me, è stato tragico. Da del Toro, il regista dello strepitoso Hellboy, mi aspettavo qualcosa di più spumeggiante e meno banale. Ne ho fatta una critica molto negativa: vedi il trailer, vedi tutto!
A causa della marea di articoli che confrontano PR con Neon Genesis Evangelion (chiamate uno jaeger per arginarli!) in un secondo momento mi sono informata, ho riguardato il film con più attenzione e ne ho approfondito i punti. Mi sono appassionata, e ne ho fatto una critica più positiva. Sono sempre un po’ bipolare.
La verità è che un appassionato di mecha non può non inchinarsi a del Toro: è riuscito a riportare alla ribalta un genere morto, quello dei robottoni che combattono mostri giganti, e a farlo apprezzare ad un po’ tutte le categorie. A quelli che vogliono solo le botte. Agli amanti dei film spettacolari. Agli appassionati di mecha e kaiju. Ah, e a quelli che hanno amato i Power Rangers, visto che la quantità di città distrutte è più o meno la stessa. E poi, ve li ricordate i mostri‑dinosauro dei Power Rangers? Intramontabili.
Il presunto confronto con Neon Genesis Evangelion di Hideaki Anno? Non sta in piedi. Innanzitutto, perché il regista stesso ha dichiarato di non aver voluto ricalcare NGE, e in questo non c’è da vedere malizia. È ovvio che il grande pubblico, quando vede dei mecha, faccia dei paragoni con altro, senza soffermarsi sulle profonde differenze. Del Toro ha cercato di prevenirlo ottenendo, però, l’effetto contrario. In secondo luogo, aveva premesso di voler inserire in PR rimandi agli anime e ai film giapponesi a tema robottoni e mostri giganti: le scene parallele sono cameo, richiami, omaggi a quelle serie che da bambino lo hanno tanto appassionato.
A chi, per esempio, l’Elbow Rocket di Gipsy Danger non ha ricordato il Rocket Punch di Mazinger? E l’aggancio della testa degli jaeger, non è forse un po’ simile al “Pilder, ON!” usato da Koji Kabuto per collegare l’aliante slittante al Mazinger? E poi, quando Gipsy Danger si regge alla spada dopo il combattimento con Raiju, come si fa a non ricordarsi di Mazinger che, dopo lo scontro con il Generale Nero, si appoggia alla sua fida spada? Crimson Typhoon, lo jaeger cinese a tre braccia, rosso sgargiante e dotato di un unico occhio, non è visivamente simile allo Sarabi di Gungam, egualmente rosso e sempre con un occhio solo? E Striker Eureka, lo jaeger degli australiani, non ricorda un po’ l‘EVA-01 di Neon Genesis Evangelion? Un’altra chicca è quella che rimanda a Giant Robot: il giorno in cui la terra si fermò, nel quale Giant Robot è l’unico a non venire arrestato dalla disattivazione dell’energia Sisma Drive perché… dotato di propulsione nucleare, esattamente come Gipsy Danger e tutti gli jaeger appartenenti ai release da mark I a mark III. Oltretutto, facendo dell’ironia nera, del Toro introduce Cherno Alpha, un mark I, con un nome che è chiaro rimando al disastro della centrale di Chernobyl, e questo è forse l’unico dettaglio la cui gravità non può essere compresa da un tredicenne.
Concludendo, è evidente che del Toro ha voluto fare un film di cameo, e sono sicura di essermene persi molti.

Pacific Rim
I Kaiju di Pacific Rim e la loro impressionante altezza.
Pacific Rim si configura quindi come un mecha vs kaiju senza precedenti hollywoodiani moderni.
Ah, giusto, i kaiju! I più attenti si saranno accorti che questa parola, che in giapponese vuol dire “strana bestia” o “mostro” (nel mio vocabolario, invece, “bestiaccia”), è anche il nome degli avversari del film. La parola kaiju per indicare i nemici che spuntano dalla crepa dimensionale è volutamente vaga: che importanza ha che genere di mostri siano di preciso? Sono mostri, vanno abbattuti con creature di uguale imponenza!
Eh sì, per apprezzare questo prodotto bisogna proprio tornare bambini… allora si salta entusiasti sul divano quando Gipsy Danger afferra una petroliera (una petroliera!) e la brandisce a mo’ di mazza contro Otachi.
I kaiju di del Toro, un po’ squali, un po’ scimmioni, un po’ coleotteri, un po’ tutto, sono mostri che non sorprendono, piuttosto familiari e fosforescenti, e per questo piacciono. Riprendono a piene mani dalla tradizione giapponese dei daikaiju eiga/tokusatsu: i live action con massicci, palesi, e non troppo raffinati effetti speciali nei quali troneggiano mostri giganti. Il primo e più famoso? Gojira (per i non appassionati, Godzilla). In Occidente lo abbiamo amato o odiato, in Oriente lo hanno amato e basta. Del Toro, è chiaro, lo osanna, visto che vorrebbe un sequel di Pacific Rim in cui i nemici siano Gojira o Mechagojira!
Ma ci sono due produzioni che PR ricorda da vicino. Dinosaur War Izenborg, nel quale i dinosauri vogliono riconquistare la terra e l’organizzazione D-Force glielo impedisce sfruttando i fratelli Tachibana, trasformati in cyborg dopo un incidente e in grado di sincronizzarsi con i propri veicoli per formare Aizenborg (rileggete questa frase tutto d’un fiato). E una più nota opera di Go Nagai, Getter Robot, il papà… no, il nonno di tutti i robot componibili, che si trova a combattere contro il Regno dei Dinosauri quando il popolo‑rettile si risveglia dalla sua ibernazione. Getter Robot ha anche un’altra peculiarità: per sfruttarne le potenzialità, questo mecha doveva essere guidato da tre piloti in grado di coordinarsi.
Guillermo del Toro si è ispirato a DWI o a Getter? Beh, a Getter Robot. Gli USA non sono stati poi così invasi dai mecha, al contrario dell’Italia che ne è stata letteralmente sommersa, e DWI non è mai sbarcato in America.

I cinque jaeger presentati da del Toro nel film
I cinque jaeger presentati da del Toro nel film.
“Sì, ma insomma, in PR si parla di connessione neurale fra i piloti! C’è anche in NGE! Alla copiatura! Date del Toro in pasto agli Angeli!”
Wait a moment! La sincronizzazione neurale compare già in Gakeen il Robot Magnetico (1976), fra l’altro comandato da due piloti che lavoravano in sincronia grazie al loro rapporto affettivo, UFO Diapolon (1976) e General Daimos (1978): Neon Genesis Evangelion (1995) non ha inventato niente sotto questo punto di vista.
Anche perché, i metodi per guidare un mecha sono sempre e solo due: meccanico, diretto o a distanza, e a connessione neurale (cioè, diciamo, telepatico). Questo a prescindere dalle forme di energia utilizzate per animare il mecha (e qui si spazia davvero dalla scienza, alla metafisica, alla fantascienza, perché potremmo includere energia elettrica, nucleare, volontà, e cose più strane come il Sisma Drive o i Raggi Getter).
Non ci ricordiamo di UFO Diapolon e General Daimos, e ad altri mecha funzionanti a connessione neurale, per il semplice fatto che NGE è più famoso e più recente, e quindi la tentazione di accostarlo a PR è forte. Se ci pensiamo bene, ci rendiamo conto della divergenza: Gli jaeger sono comandati fisicamente, la sincronizzazione dei piloti serve solo per far sì che le loro menti si coordinino e i gesti del robottone non siano sconclusionati e inefficienti; mentre gli EVA, a parte per alcuni comandi sistemati sulle leve laterali, hanno una guida neurale e l’abilità del pilota è determinata dal tasso di sincronizzazione, cioè da quanto è in grado di imporre la propria volontà sul mecha.
E poi ci sono una similitudine e una differenza curiose.

pacificrim
Gel trasmissore, chiusura spinale e… stretta neurale!
La similitudine è che sia in PR che in NGE i piloti subiscono il dolore quando i loro mecha vengono danneggiati (del Toro ci ha tenuto molto a specificare che la connessione neurale con i jaeger è bidirezionale). Ma la connessione neurale in PR avviene fra i piloti, in NGE fra il pilota e l’EVA. Una cosa da niente? No, è uno snodo fondamentale: Gli jaeger sono puramente meccanici e privi di capacità decisionale, sono robottoni pesanti tonnellate che necessitano della volontà di due persone per essere mossi. Gli EVA, invece, hanno una propria volontà (e forse anche un’anima) e il pilota deve sincronizzarsi con loro… e non sono solo meccanici: sono corpi biologici di proporzioni mastodontiche rivestiti di un esoscheletro e dotati di un sistema di alimentazione per la locomozione.
Quindi, addirittura, i puristi non considerano quelli di NGE dei mecha veri e propri!
Fra le altre presunte copiature, viene citato anche il fluido che riempie il casco dei piloti dello jaeger. Il gel trasmissore ha più o meno la stessa funzione del Link Connected Liquid di cui sono piene le entry plug inserite negli EVA, anche se quest’ultimo non funziona solo come liquido di connessione, ma anche come protezione per il corpo e la mente, e per il mantenimento delle funzioni vitali dei piloti. Tuttavia, anche questo si era già visto in The Abyss (1989) di James Cameron, dove i caschi dei membri della spedizioni sono riempiti di un fluido che permette loro di respirare senza problemi anche negli abissi marini più profondi.
Una cosa incomprensibile, invece, è come si possano paragonare i Kaiju di PR con gli Angeli di NGE: il design è completamente diverso, visto che i primi sono le tipiche bestiacce dei film daikaiju eiga giapponesi, al contrario dei secondi, molto più raffinati e strambi. Kaiju che, per altro, sono tutti diversi a livello fisico e che vengono fatti combattere e muovere in modo impeccabile secondo le loro possibilità (e Slattern… lo avete già visto come Rodan, lo pterodattilo che compare nei film di Godzilla). Cambia questo, e cambia l’approccio al mecha: del Toro ci regala jaeger tutti diversi e personalizzati, Anno degli EVA più o meno tutti uguali, costruiti in serie, e ben poco caratterizzati, se non per colori o per un paio di dettagli unici.
Andando in chiusura di questo lungo discorso, possiamo dire che PR si lascia guardare se si accetta che è un concentrato di citazioni che vuole omaggiare i mecha e i kaiju. Non ha rubato niente a NGE, ma ha attinto a piene mani dalla cultura giapponese. Sotto questo punto di vista, l’uso di una trama semplice e di personaggi stereotipati non è pesante: è chiaro che il regista ha voluto ridurre i minuti necessari all’introduzione di eventi e tematiche, e attraverso il talento “spettacolarità massimizzata” prendersi tanto, tantissimo spazio per i combattimenti fra jaeger e Kaiju.
Per accontentare l’America abbiamo un eroe biondiccio, spaccone e ardito. Tutto il resto è omaggio agli anni d’oro dei mecha. Perciò troviamo Mako, la giovane giapponese risoluta, riservata e coraggiosa, che affianca il protagonista restandogli dietro di appena un passo. Troviamo suo padre (adottivo), che non è niente di meno che il capo della situazione. Vediamo i russi “tispiezzoindue” con grugno duro e jaeger massiccio. I cinesi, agili, acrobatici e dotati dell’unico mecha con tre braccia. E così via.
Bieco uso di stereotipi da parte di del Toro? Sì, esattamente come facevano Go Nagai e gli altri negli anni ’70 e ’80.
Guardabile, quindi, ma passibile di qualche perplessità. Lasciamo perdere l’errore di traduzione fatto nei dialoghi italiani, dove in più punti Gipsy Danger è definito “analogico”, mentre in America si parlava di “alimentazione nucleare”… il che fa sorgere spontanea la domanda: ma gli adattatori, sanno di cosa stanno parlando? Però un paio di sbavature, già in origine, del Toro le ha fatte. Se gli jaeger sono alti circa 90 m, come può una petroliera essere grande quanto uno jaeger? La petroliera più piccola supera i 150m! E poi… meno male che Gipsy funziona con energia nucleare, a che accipippolina servono cinque motori diesel per fascia muscolare? Inoltre, il suo reattore nucleare crea energia elettrica impiegata nel funzionamento dei circuiti interni, e il Gipsy avrebbe dovuto inattivarsi quando Latherback investe la città e lo jaeger con un impulso elettromagnetico.

Pacific Rim
La IA di Gipsy Danger è GLaDOS di Portal.
A voler rendere le cose troppo mastodontiche, a volte si sbaglia un po’, ma diciamocelo: la spettacolarità non ne risente affatto. E il regista si fa ampiamente perdonare quando si viene a sapere che la IA di Gipsy Danger ha per doppiatrice americana Ellen McLaim, colei che ha dato la voce a GLaDOS, il supercomputer di Portal e Portal 2. Addirittura sono stati applicati gli stessi filtri vocali usati dalla Valve. Questo vuol dire che, sì signori e signore, la voce della IA di Gipsy è GLaDOS! Amazing!

Jupiter Ascending: i Wachowski alla riscossa

Originariamente apparso su Isola Illyon.


Parto con la recensione spoilerandovi subito che il personaggio interpretato da Sean Bean non muore. Non muore, ma poteva anche non esserci. Questo perché la lacuna più grande di Jupiter Ascending è la superficialità della caratterizzazione dei personaggi. Io ai fratelli Wachowski prima farei gli applausi, e poi schiafferei le mani sulle loro orecchie per rintronarli. E a quel punto magari migliorano. Cari Wachowski, perché ci tirate fuori capolavori come Cloud Atlas, e poi precipitate improvvisamente quando potete fare qualcosa di vostro e unico?
Qualcuno afferma che riportare il classico all’interno delle storie “young adult”, ovvero rendere al principe della situazione il suo ruolo di salvatore della principessa, sia qualcosa di apprezzabile e io potrei anche essere d’accordo – dopo le tante produzioni in cui le eroine si salvano da sole. Al fianco di Frozen, Hunger Games, Divergent, Once Upon a Time, perché non mettere un film in cui il protagonista è di nuovo l’eroico principe che arriva al momento giusto per salvare la sua amata? Perché per fare questo inserisci: uno Sean Bean inutile, un cattivo che (dal trailer non si capiva) è affiancato da altri due antagonisti o semi-antagonisti che gli rubano la scena, ed esasperi alcune scene d’azione. Se i presupposti devono essere questi, allora no: restiamo alle principesse che si salvano da sole.
Eppure l’impalcatura di Jupiter Ascending è ottima sotto tanti punti di vista. Il character design delle ambientazioni è qualcosa di meraviglioso fra la resa perfetta di Giove, la spettacolarità delle navicelle componibili, la minuziosità dei particolari sugli abiti e sugli edifici (da notare le statue d’oro che riprendono le pose classiche dei più famosi eroi greci), l’unicità degli stili che accompagna i tre fratelli (divisa fra gotico, mediorientale e puro sci-fantasy), le peculiarità sempre diverse di tutte, davvero tutte le comparse: il comparto visivo lascia a occhi spalancati e a bocca aperta. E per gli amanti del fantasy puro, vengono pure aggiunti dei lucertoloidi che combattono in volo fra una pesudo-cattedrale diroccata e pseudo-in-fiamme – e che non guastano mai per dare un tocco esotico alla sci-fi.
No, davvero: il comparto grafico non è descrivibile a parole, supportato e arricchito da una colonna sonora che sa irrompere o sussurrare nei momenti giusti e sempre con la giusta forza. A differenza di quanto succede in molti film fantasy o scifi, o peggio d’azione, la musica non passa affatto sottotono. La mia regia, inoltre si è entusiasmata al “pew pew” delle armi laser, diverso dal solito ed evidentemente appassionante.

jupiterascending

La struttura della società extraterrestre, poi, è qualcosa di davvero pensato. Perciò, e li capisco, per dire il tanto che dovevano, i Wachowski hanno dovuto frammentare le spiegazioni fra tanti personaggi, costringendo Jupiter, la protagonista, a venir sballottata da una parte all’altra. In queste continue e brusche virate, la ragazza non ha un cedimento né un’esitazione, pur senza avere un background tale da poterselo permettere. Diciamolo pure: avrebbe dovuto crollare nella prima mezz’ora di film invece niente, fino alla fine. E neanche alla fine c’è qualcosa di significativo sotto questo punto di vista – cosa per altro già vista, sempre interpretata da Mila Kunis in Codice Genesi, in cui però il mondo era post-apocalittico e molto più duro, perciò era giustificata.
Quindi ampio livello di dettaglio non solo nei character design, ma anche nelle dinamiche socio-politiche e una resa effettiva forse troppo incalzante e perciò poco d’effetto. Se film troppo lenti sono pessimi perché ti danno il tempo di valutare come potrebbe essere la scena successiva e quindi perdere il pathos, per contro film troppo densi perdono nel feeling emotivo che si potrebbe avere con i personaggi. Anche le tempistiche cinematografiche sono una scienza.
Non volevo dirlo ma lo dico: forse c’era bisogno di tre film al posto di uno. Forse c’era bisogno di più spazio per la trama, allora l’ascesa ventilata nel titolo sarebbe stato un cambiamento più profondo e sentito, sia da parte di Jupiter che da parte degli spettatori.
Applausi e manate ai Wachowski anche per l’infinito materiale inserito per i cervelli dei complottisti, che io non oso immaginare cosa potrebbero aver cavato fuori da questo film. Già quando si dice “Wachowski” a certe tavolate le cose si fanno pericolose: l’unione fra Matrix e la teoria dell’universo olografico è un matrimonio consolidato sin dall’uscita del primo capitolo. E i fratellini sono già stati inseriti fra gli “iniziati” (per gli Eterni!). Perché questa premessa così astrusa? Perché in Jupiter Ascending troviamo in ordine sparso: cerchi nel grano, alieni grigi, abduction, riprogrammazione della memoria anche su vasta scala (l’hanno rubata ai MIB!), ingegnerizzazione dell’essere umano (tema portante degli anni 2012-2015), genetisti-creatori con vita pressoché infinita, i quali ricordano gli Anunnaki della mitologia e la loro acqua della vita. Un gran frittone che i Wachowski sono riusciti ancora una volta a rendere perfettamente coerente, dimostrando una maestria impareggiabile nel tirare le fila di questi complessi argomenti (e trattarla, per l’amor del cielo, in modo puramente cinematografico e scenico).
Dicevamo, riprogrammazione della memoria su vasta scala che ricorda molto lo spara-flash dei MIB. Questo è solo uno dei riferimenti che possiamo trovare in Jupiter Ascending: le trame politiche, la complessità sociale e in parte l’ambientazione ricordano molto Dune; la burocrazia impossibile sembra un tributo allo sfortunato Brazil; l’Egida ricorda il Proclama Ombra di Doctor Who; le navicelle componibili sono imparentate con quelle di Guardians of the Galaxy e con alcuni mezzi di Final Fantasy. E tutto ha il piacevole sapore di “cose già viste ma che qui ci piacciono e che quasi quasi sembrano nuove”.

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Tante parole spese e non vi ho ancora detto due parole sulla trama, riparo subito.
Il film si apre sulla vicenda dei genitori di Jupiter e solo dopo cinque minuti ritroviamo la protagonista e immigrata irregolare in America. Si guadagna da vivere pulendo gabinetti, questo lo abbiamo capito anche dal trailer, e per avere i soldi necessari a farsi un grosso regalo decide di vendere i propri ovuli (e bravi Wachowski, dove si era mai sentito un dettaglio simile?). Durante l’operazione tentano di ammazzarla e lui – Caine aka Channing Tatum – la salva, introducendola in un mondo ben più complesso di quanto Jupiter avrebbe mai immaginato.
Insieme a lei, Caine – ferito e medicato con un assorbente (Wachowski, io vi amo) – decide di rifugiarsi da Sean Bean. A quel punto, le api riconoscono Jupiter come Titolata – anzi meglio, come Ricorrenza della defunta regina, madre degli antagonisti.
Da questo momento in poi, Jupiter verrà sballottata da un fratello all’altro, fino a fronteggiare il primogenito Balem Abrasax, a capo di una sterminata industria che alleva esseri umani per estrarne la vita, il tempo – il bene più prezioso dell’universo, quando a disposizione hai ricchezze inimmaginabili.
Ovviamente l’happy ending è d’obbligo, è comunque un film young adult.
Mi ripeto: la banalità della trama poteva essere tranquillamente accettata davanti a dettagli tanto visivi e musicali quanto imponenti, ma il film è eccessivamente rapido. Gli antagonisti hanno avuto troppo poco spazio, troppi pochi minuti a disposizione per emergere davvero e hanno dovuto dividersi la scena in tre. La sorte del “personaggio dimenticabile” tocca soprattutto all’unica donna fra loro, mentre il minore dei due fratelli ha più spazio, ma meno impatto a causa di un character design troppo ridondante (sembra il classico vampiro bello e tenebroso trasportato in modo asettico in uno scifi). Il vero villain si salva solo per la magistrale interpretazione dell’inglese Eddie Redmayne che, fra viso sgraziato, lentiggini e doppiaggio di Emiliano Coltorti, altalena fra momenti di quiete indolente a ordini isterici, fino alle lacrime trattenute ricordando l’amata madre.
Il consiglio è di guardarlo senza aspettative troppo alte: a quel punto ce lo si gode davvero, soprattutto per il comparto visivo capace di ammaliare.

Domande di dimensioni Interstellar(i)

Originariamente apparso su Isola Illyon.

Domenica 16 Novembre 2014 sono andata a vedere Interstellar. Dopo essermi imposta di non andarlo a vedere perché il trailer era insipido, mi sono invece re-impostata sulla modalità “vai e compi la tua impresa, Borg”, un po’ perché sono bipolare, un po’ perché avevo sentito solo pareri positivi. Molto positivi! Quindi sono entrata in sala con aspettative abbastanza alte. Ne sono uscita delusa. In verità, sono uscita dal cinema infuriata, ma a posteriori mi rendo conto che ero arrabbiata per l’insoddisfazione.
Perché delusa? Perché tutti lo osannavano come il film che ha riportato la sci-fi ai suoi fasti, cioè a quel pizzico di serietà in più che lancia i temi oltre il semplice splatter in salsa stellare (che in ogni caso mi piace).
Però io in quella sala non ho visto fantascienza. Ho visto un film drammatico che usa il contorno fantascientifico per rinfrescare il genere. Ora lo so che mi tirerete i pomodori, ma è stato paragonabile alla saga di Twilight, che allo stesso modo usava vampiri e licantropi come contorno accattivante per “innovare” il tema dell’amore adolescenziale.
Quindi, sono rimasta delusa perché volevo vedere un film sci-fi e mi sono ritrovata un Christopher Nolan (fino a Il Cavaliere Oscuro – Il Ritorno era un signor regista) che, di nuovo, mi annacqua il tema principale. La soluzione di tutto era far sparire un’ora di scene inutili, a quel punto Interstellar sarebbe stato un film molto bello, ricco di pathos, ricco di fantascienza e ricco di drammaticità: un mix realmente eccellente, il quale davvero avrebbe riportato la sci-fi ad essere un prodotto importante. E invece no, questo non è accaduto. O meglio, per me non è accaduto… i gusti son gusti.
Questa premessa non per fare una recensione ad Interstellar (che potete trovare qui, ad opera del nostro Mario), ma per introdurre l’enorme domanda con cui quella domenica io e la mia regia siamo uscite dal cinema: che cosa vogliamo veramente dalla fantascienza? Soprattutto noi appassionati, perché poi il grande pubblico è noto per ingurgitare di tutto e dare cinque stelle su cinque con leggerezza.

domandedidimensioniinterstellari
“Not just another science-fiction film”… eh no, in effetti no. È innanzitutto un film drammatico.

Partiamo da una definizione presa da Wikipedia, che per una volta è meglio della Treccani:
Fantascienza – La fantascienza ha come tema fondamentale l’impatto di una scienza e/o una tecnologia, attuale o immaginaria, sulla società e sull’individuo. I personaggi, oltre che esseri umani, possono essere alieni, robot, cyborg, mostri o mutanti. La storia può essere ambientata nel passato, nel presente o, più frequentemente, nel futuro.
Chiaro no? Tecnologia, science-fiction, ovvero un po’ di scienza, un po’ di fantasia, ma con un tenore comunque logico, come direbbe il Signor Spock. Alieni, robot, cyborg, mostri o mutanti: certo, perfetto, se ci sono va pure bene, ma non per forza devono essere presenti. Come non per forza il film deve essere futuristico. Può anche prendere un problema e un’invenzione contemporanei e estremizzarli, ed è comunque fantascienza.
Qual’è allora il problema? I gusti? Sì, è probabile, ma forse si pecca anche di soggettività. Se un film piace, non è detto sia un capolavoro. A me piace L’uomo dai pugni di ferro e la mia regia stravede per Pacific Rim… ma non ci azzarderemmo mai a definire questi film come dei “capolavori”. Ci hanno appassionato, sono godibili (perché pieni d’azione), ma non ho problemi ad ammettere che gli effetti speciali potevano essere migliori e la storia si sarebbe potuta esaurire anche con venti minuti in meno; e lei non si fa problemi a dire che, insomma, PR è un filmettino per adolescenti e appassionati di mecha. L’obiettività dovrebbe portare a sollevarsi dal proprio gusto personale e fare un’analisi che dia importanza agli aspetti tecnici e tenga conto dello scopo del film. Oltretutto, ormai alcune voci sono meno importanti di altre: se gli effetti speciali sono belli non è certo eclatante, visto che la CG fa miracoli di questi tempi. Al contrario, c’è lo stesso impegno e valore di un tempo nello scrivere le sceneggiature e nel dare una buona regia, motivo per cui questi due aspetti dovrebbero essere più considerati.
Vado fuori tema e vi faccio un esempio che non c’entra niente. Consideriamo Il giovane favoloso, recente film italiano incentrato sulla vita di Giacomo Leopardi. Fotografia, scenografie e (stranamente) recitazione sono impeccabili, soprattutto per un grande Elio Germano. Poi passiamo alle musiche. Finché sono arie classiche è tutto perfetto, purtroppo però inseriscono un brano cantato in inglese: può anche piacere, ma nel contesto fa a pugni e si concretizza in un punto in meno al film. La sceneggiatura è molto buona e sarebbe stata esaltata dal tutto se il regista non avesse deciso per tagli tremendi a scene ricche di pathos, che quindi perdono del tutto la drammaticità dei sentimenti del Leopardi. Altri punti in meno. Il risultato? A me il film è piaciuto, complice il fatto che sono innamorata della poesia dell’autore, ma se dovessi votarlo il risultato non sarebbe molto alto.
Questo per spiegare come io faccio la critica di un film, poi è chiaro… ognuno ha i suoi standard e i suoi modi che, tuttavia, dovrebbero essere specificati. Ma proprio per il mio metodo di fare critica sono uscita da un’ennesima sala con quell’enorme domanda: cosa vogliamo noi appassionati dalla fantascienza?

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Ender’s Game: stelline a pioggia e tanto apprezzamento da parte di chi lo ha visto, e incassi decisamente sotto media. La formula che include i ragazzini come snodo della trama non piace in ambito sci-fi?

A mio avviso Interstellar non è valido perché è annacquato. Allo stesso tempo, Prometheus non era valido perché doveva essere un prequel di Alien e invece sembra solo un concentrato di “tutte le evoluzioni che Ridley Scott aveva pensato”: nell’indecisione, meglio abbondare (ma ti pare?). Lucy non è neanche da prendere in considerazione: insignificante, se confrontato ad altre produzioni di Luc Besson (come Il Quinto Elemento).
Miglioriamo con i Guardiani della Galassia ma, bella forza, è un cine-Marvel. Ottimo anche John Carter da Marte, che per altro è davvero fantascienza “golden age”! Bello il messaggio di Distict 9, per la regia di Neill Blomkamp, ma il film è lentino e si poteva fare di meglio. Blomkamp è migliorato, grazie anche ad un budget più cospicuo, in Elysium.
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Locandina sgargiante per un film sgargiante: Attack the Block non ha conquistato il botteghino, ma è entrato nel cuore di molti fan.

La fantascienza ha poi un picco con Ender’s Game, che riprende con prepotenza la tematica sociale, e cola a picco con gli incassi, visto che questa produzione è stata recepita malissimo sia in Italia che negli USA. Altro picco con Edge of Tomorrow, che per fortuna è stato molto apprezzato (merito di una tostissima Emily Blunt?), e che sfruttando un espediente complesso e ripetitivo ottiene (incredibilmente…) una trama lineare e accattivante. E poi c’è quella che per me è la vera eccellenza degli ultimi anni: Attack the Block, un B-movie low budget incentrato su un gruppetto di ragazzini scapestrati che, con base in un block, in un condominio londinese, salvano il mondo da un’invasione di alieni dal design retrò. Inoltre, dimentichi dell’esistenza della CG: i creatori di Attack the Block non usano il computer per creare gli alieni, ma un attore e un costume con poche parti meccaniche.
Alla fine di questa carrellata la domanda resta: cosa ci deve essere in un film di fantascienza per farlo apprezzare a chi di fantascienza ci capisce?
Le risposte sono molteplici, e la cosa non mi aiuta.
Vogliamo veramente tornare a 2001: Odissea nello spazio? È un capolavoro, Stanley Kubrick è un genio, su questo non si discute. Ma il film ha fatto il suo tempo e forse è ora di smettere di usarlo come metro di paragone (ciao Stanley, se da lassù mi senti sappi che ti stimo tantissimo!).
Vogliamo tornare agli infiniti viaggi spaziali verso le frontiere, seguendo l’Enterprise di turno? Forse è un genere di fantascienza un po’ superato.
Quindi vogliamo il film di fantascienza modernizzato, con tanta azione e montagne di cadaveri di alieni? No, perché poi non racconta più niente.
Introduciamo dei ragazzini come protagonisti? Se ne facciamo a meno, è pure meglio: lo spazio è per gente adulta, responsabile e tosta, non per l’ultimo sbarbo arrivato in accademia.
Allora vogliamo lo sci-fantasy retrò? Mah, solo se fatto con stile, ma se evitiamo va bene uguale, a meno che l’idea non sia geniale.
Uffa, ma insomma!

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2001 – Odissea nello spazio: un incontestabile opera d’arte, per la sua epoca.
Siamo incontentabili? Sì. Siamo appassionati e legati alle opere con cui siamo cresciuti, ma al contempo cerchiamo qualcosa di nuovo. Però, se solo provano a fare qualcosa di simile i pareri si dividono: Interstellar (scusate se lo tiro in mezzo, ma è l’esempio fresco) ricorda 2001 allora è spettacolare, però era meglio se non andavano avanti con la nuova trilogia di Star Wars.Star Wars non si tocca, e poi quelli nuovi sono lenti”! Perdonatemi: ma Interstellar non è lento? Le musiche stupende e i campi lunghi dello spazio colmano davvero una trama annacquata e dialoghi a volte privi di senso?
Non ci basta più affrontare i temi della critica sociale? Dobbiamo andare a toccare un concetto come l’amore che trascende lo spazio-tempo? E dobbiamo veramente spalmarlo in tre ore di film come se la durata fosse un metro di giudizio per definire il valore della pellicola? Sì, quello monetario di certo, ma quello artistico?
Ho trovato più spunti di riflessione nel primo film di Ghost in the Shell, che dura 82 minuti (contro i 167 di Interstellar). Questo significa che la ricchezza della trama non sta nel tempo, ma nell’abilità dello sceneggiatore e del regista (e nell’apporto degli attori, se vogliamo essere pignoli).
Ma io sono una pecora nera a quanto pare e, comunque, ancora non ho risposto alla domanda.
Quello che io vorrei dalla fantascienza moderna, e anche da molti altri generi, sono prodotti con una trama chiara (spiegata all’inizio o alla fine non ha importanza), un tema che riporti alle problematiche sociali oppure uno introspettivo, purché l’obiettivo sia chiaro. Raffazzonare una storia per farla sembrare qualcosa di trascendentale non è buono, non è fare intrattenimento, né dare un messaggio culturale o sociale. O meglio, il messaggio lo dai, ma l’impianto non regge.
Quello che vorrei è anche il puro intrattenimento sci-fi. Perché no, visto che esistono film d’azione come I Mercenari che hanno solo pretesti per far sparare montagne di proiettili? O commedie atte solo a far ridere. Vorrei che si abbandonasse l’idea che ci sono generi migliori di altri. “L’azione fa schifo perché è tutto un picchia-picchia ed è roba da maschi”. “I drammi sono brutti perché è tutto un piagnisteo e sono lenti e sono solo da femmina”. “Il fantasy è assurdo, roba per ragazzini”. “La fantascienza è impossibile e solo per nerd, ma io mica sono uno di quegli sfigati lì!”. “Il western lo guarda solo mio nonno ormai”. “Giallo e thriller sono ripetitivi, sicuramente sarà un film noioso o inquietante”. “L’horror… che spreco di soldi”. “Ma è solo una commedia, non potevano metterci dentro qualcosa di più profondo?”
Luoghi comuni su luoghi comuni. Perché dobbiamo ragionare in funzione di frasi fatte? Le etichette non mi spiacciono, tengono ordine e facilitano la fruibilità dei prodotti, ma non devono diventare gabbie. Allora evviva il crossgender! Ma il crossgender non deve diventare solo un mezzo per risollevare le sorti di generi ritenuti inferiori. Deve rinfrescare, deve attualizzare, deve innovare, ma non essere una scusa per fare un film di un genere “sfigato” e dargli visibilità. Altrimenti si rischia di avere sceneggiature e trame che zoppicano. Perché se ci metti l’ideona, allora il prodotto è buono? No, conta lo sviluppo. E la sci-fi ha l’aggravante di essere, appunto, sci-fi e di prevedere quindi l’ingerenza di determinati elementi che è ben difficile controllare se già perdi le fila di tutto il resto. E questo discorso, sia chiaro, non vale solo per Interstellar.
Per questo, se anche qualcuno (come la mia regia) desidera il ritorno ad una fantascienza in parte più attenta ai problemi sociali e a raccontare il presente usando il pretesto del futuro, non può essere così in assoluto. Perché l’idea sociale non deve diventare lo schermo dietro cui pararsi.

domandedidimensioniinterstellari
Neanche l’animazione è esente da film sci-fi che la hanno rivoluzionata, ma a fianco di tante produzioni valide, solo poche raggiungono la fama e la profondità di Ghost in the Shell.

Tirando le somme (dopo quasi 14mila battiture chiederete la mia testa, lo so), forse non è vero (almeno cinematograficamente) che la sci-fi è morta. Mi sembra, anzi, abbastanza viva, e neanche così mal messa. Forse la si legge solo in modo sbagliato, pretendendo che sia qualcosa che non può essere nel 2014. Tanto di quello che all’inizio del Novecento era fantascienza ora lo abbiamo nel quotidiano, e questo è un grande limite. I tablet di Star Trek sono emblematici. Tanto di quello che sfruttava la sci-fi “golden age” è già stato detto troppe volte o non è più un messaggio attuale. Quindi, in conclusione, ci vorrebbe una maggiore attenzione da parte di registi e sceneggiatori, che dovrebbero smettere di portare al cinema soltanto quello che volevano vedere da tredicenni, o un’idea da niente ma pubblicizzata in modo eccessivamente pretenzioso. Al contempo manca l’impegno dello spettatore che, senza voler criticare nessuno, non riesce ad andare oltre il genere e l’idea che gli trasmette. Cioè non riesce ad analizzare il film in tutte le sue parti, superando il gusto soggettivo.
A riprova non esistono da anni e anni, e anni, cicli sci-fi dello stesso peso di quelli scritti per esempio (tanto per citare due nomi massivi) da Isaac Asimov e Edgar R. Burroughs. Il motivo è semplice. A fianco di una reale mancanza di ispirazione, la gente non li comprerebbe, perché la massa è legata ai preconcetti e la sci-fi non ha più lo stesso prestigio che possedeva negli anni Cinquanta e Sessanta. Un altro esempio eclatante (e sconcertante) lo abbiamo proprio in casa. Urania continua a editare, ma sono tutte ristampe non attualizzate nelle traduzioni, il che vuol dire in buona parte che quei libri sono rivolti a quello stesso pubblico, ora adulto, che li prendeva da ragazzino. E che ha perso le copie in un qualche trasloco, anche se perdere le copie vecchie di Urania o della serie Cosmo Oro della Editrice Nord è come scordarsi il figlio al supermercato.
Ora sono io ad essere troppo pretenziosa? Sì, credo proprio di sì, ma non ci posso fare niente: ho ventotto anni e la televisione la vedo da sempre. Quindi, dopo quasi trent’anni di assimilazione, e arrivati al 2014, vista anche la passione per il cinema e la letteratura, e il duro addestramento alla composizione delle trame, desidererei una evoluzione della televisione (e dell’editoria e del videogioco).
Vi prego, ditemi la vostra!

Cowboys&Aliens: raggi laser e winchester

Originariamente apparso su Isola Illyon.

A volte mi chiedo se determinate produzioni dovrebbero essere considerate il peggior B-movie mai partorito dalla mente umana, o il più geniale dei film d’azione “spacchiamo le chiappe agli alieni”. In genere la risposta non è facile, ma nel caso specifico di Cowboys&Aliens mi è sufficiente ricordare che quella sera di anni fa, una sera dedicata a del sano cineforum, il film che ha seguito C&A è stato Priest. Allora tutto si fa chiaro: Priest è un B-movie che merita l’oblio, C&A è oro.
Davanti ad una cosa così (parlo di cosa, perché inizialmente non si ha il coraggio di definirlo un film) è normale essere molto incerti.
Mi ricordo che quando ho visto il trailer in tv sono scoppiata a ridere. Cioè, cowboy che combattono alieni? Quanto può essere idiota una cosa del genere? Ho giurato di non andare al cinema a vederlo, sebbene io sia una appassionata di fantascienza e anche di B-movie. Però, quando poi sono irrotta in casa della regia con quel film, non potevamo più dire di no, anche perché a me non si può togliere il western e a lei non si può precludere la fantascienza. Alla fine, il film ci accontentava entrambe. La padrona di casa è stata soddisfatta dalla presenza degli occhi di Daniel Craig e io da un entusiasmante Harrison Ford in aria di un Indiana Jones più oscuro.
I primi dieci minuti di film sono ottimi, coronati da un artefatto pericoloso assicurato al polso di un Craig appena ripresosi da… da che? Non lo sappiamo, nessuno te lo dice nei primi dieci minuti e l’informazione te la devi sudare. Per fortuna il film non è lento e soprattutto è condito da parecchie scene d’azione, di cui la più memorabile è una cavalcata contro le truppe aliene. Aggiungiamo anche che la fine è tutt’altro che buonista e il sacrificio di Ella, “l’aliena buona”, ricorda un po’ quello di Duddits, “l’alieno buono” dell’Acchiappasogni, il film tratto dalla novella di Stephen King.
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Il culo di Daniel Craig! Dato che per i maschietti c'era il fanservice all'interno del film (il nudo di Olivia Wilde), questi simpaticoni hanno pensato bene di fare un fanservice per le femminucce... direttamente con la locandina.
Nel complesso, Cowboys&Aliens è incredibilmente geniale e inaspettatamente valido: unisce due generi che nelle menti di chiunque fanno a cazzotti, quando mai si è sentito di western e fantascienza maritati? Non che non ci siano produzioni sul genere. Per esempio c’è Wild Wild West, poco sci-fi, ma tanto steampunk. E come dimenticare Vampire Hunter D (manga, anime e romanzo), che però è futurista e non contemporaneo. O Steel Ball Run, la settima serie della folle saga de Le bizzarre avventure di JoJo. Lo stesso Priest sopra citato rispecchia atmosfere miste fra il western e la fantascienza, ma anche in questo caso è ambientato nel futuro. Senza contare che una sceneggiatura lenta e pregna di stupidi errori lo fanno cadere nella polvere al primo colpo di Calamity Jane, facendo vergognare il manwa (fumetto coreano), che invece è un buon prodotto.
C&A è western in senso stretto: è ambientato nel periodo del Far West. Ciò potrebbe peggiorare la sua situazione: non è neppure futurista e pretende di avere a che fare con alieni? Invece, proprio il voler mantenere la giusta ambientazione e dare egual peso sia al western che allo sci-fi, rende la miscela divertente e del tutto vincente. Gli alieni non cavalcano i cavalli con in testa cappelli da cowboy. I cowboy, a parte il protagonista (ma c’è la spiegazione), non hanno armi al plasma. Le fazioni si scontrano in base alle loro possibilità.
La compagnia di umani è stereotipata, da questo punto di vista non si può parlare di una forte caratterizzazione dei personaggi, ma è sufficiente l’accenno dei loro tratti a farci tornare in mente tutte le loro controparti western: il protagonista bello e tenebroso, il vecchio allevatore di bestiame brontolone e spietato, lo sceriffo burbero e dal cuore d’oro, gli amici sempre alticci (un buon modo per non pensare agli alieni), il bambino e il cane che fanno da mascotte, la bella coraggiosa. Coraggiosa, e assolutamente imprevedibile.
E poi ci sono anche gli indiani. Potevano mancare? No. Tuttavia non è più il tempo degli indiani contro i cowboy, non è più politically correct. I produttori lo sapevano e giustamente hanno reso gli indiani non temibili nemici, non povere tribù cui le terre sono state sottratte a forza, ma saggi custodi delle memorie, davanti ai cui fuochi ogni cosa viene spiegata.
Per concludere questa descrizione, vi invito a pensarci bene: davvero western e sci-fi non hanno niente da spartire? Sì? Allora non avete colto un fondamentale dettaglio. Momento quiz: come si aprivano tutte le puntate di Star Trek? Lo riporto per intero, tanto sono sicura che non vi annoierà: “Space, the final frontier. These are the voyages of the starship Enterprise. It’s continuing mission,to explore strange new worlds, to seek out new life and new civilizations. To boldly go where no man has gone before!
Spazio, l’ultima frontiera. Esattamente come il Far West era l’ultima frontiera della civiltà. Così come le navi stellari vanno oltre le frontiere dello spazio noto, i protagonisti del western, scaltri fuorilegge o affascinanti cacciatori di taglie, si spingono oltre le polverose città, in terre selvagge e sconosciute. Quale punto di contatto più grande di questo? Certo, insufficiente a evitare lo straniamento davanti a C&A, però utile a farci capire quale lavoro di ricerca possa esserci alle spalle di un prodotto di questo tipo.
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Non vi esalta una copertina così? Ma è un motivo sufficiente per acquistare il fumetto?

A questo punto, riempiamo la carta d’identità del film.
C&A è stato diretto da Jon Favreau (che ha all’attivo anche Iron Man) ed è uscito nelle sale nel 2011, dopo una gestazione di ben quattordici anni. Infatti, il progetto originario è del 1997! È in quell’anno che Universal Pictures e DreamWorks Pictures acquistano i diritti dell’idea di Scott Mitchel Rosenberg. Il regista, Favreau, è stato scritturato nel 2009 e non avrebbe potuto esserci scelta migliore, visto che si è imposto sullo studio cinematografico per girare il film come un classico western, innanzitutto in 2D – sì, cercavano di convincerlo a girarlo in 3D – e ancor più importante in formato widescreen, cioè con immagine a 35mm, quella che veniva usata per i western. Il classico CinemaScope, forse lo conoscete così. Questo, ovviamente, ha richiesto l’uso di lenti anamorfiche per riportare l’immagine alle sue giuste proporzioni e togliere le due bande nere in alto e in basso – che, se fino agli anni ’80 potevano essere sopportabili, ormai sono demodé.
L’incasso non è stato eccellente, è stato appena superiore ai 163milioni di budget, segno che per quanto C&A non sia stato un flop, non è piaciuto granché. Non me ne stupisco, comunque: le vere stranezze hanno sempre un mercato molto di nicchia.
Riallacciandomi ad un discorso di recente affrontato con Antonio Serra, il papà di Nathan Never, e con Mauro Uzzeo, lo sceneggiatore di Ringo, facciamoci la domanda cruciale: C&A è una produzione nuova? L’idea è originale?
Rispondo premettendo che nelle mie parole non c’è la minima intenzione di fare critica negativa. Però no, l’idea non è pensata per il film, non è nuova. Infatti, C&A è una graphic novel, prima di essere un film.
L’idea generale è stata partorita da Rosenberg nel 1997, è stata registrata, ma non è stata subito resa come film per mancanza di dettagli e, per lo stesso motivo, non ha avuto un’immediata trasposizione a graphic novel. È solo attorno al 2000 che Rosenberg assolda un gruppo di sceneggiatori e disegnatori per creare Cowboys&Aliens, che vede la luce soltanto nel 2006 come fumetto edito dalla Platinum Studios Comics. Il fumetto ha avuto un seguito come webcomic. Potete trovare il prequel della prima stagione (quelli che hanno ispirato il film) a questo link, e il sequel a quest’altro. Se foste curiosi di sapere cosa c’è nel mezzo e conoscere la storia vera e propria, sappiate che il fumetto della Platinum non è inedito in Italia: è stato pubblicato da Rizzoli Lizard al tutt’altro che modico costo di 16 euro per un centinaio di pagine a colori.
A conferma della difficoltà ad ottenere un’idea nuova anche mescolando cowboy e alieni, nel 2011, appena dopo l’uscita del film, un certo Steven John Busti ha querelato gli interessati, e lo stesso Rosenberg, affermando di aver scritto un suo “cowboys & aliens” comparso nel 1995 fra le pagine del primo numero di Bizarre Fantasy e in un numero di Comic Shop News. Buffo, vero?
E da ultimo, la regia mi rompe sempre le scatole per andare a vedere quale critica ha ricevuto il film, a prescindere da cosa ne pensiamo noi. Fino a poco fa le avrei tirato una disintegrazione liscia liscia, ma questa volta ho capito l’utilità del viaggiare fra stelline e voti.
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Uno degli alieni: gli Stranieri, diciamocelo, non sono particolarmente belli. La resa animata è ottima per quello che Favreau gli fa fare.

Ho concluso una cosa: sono confusa. Alcuni (come MyMovies, che ha un po’ la puzza sotto al naso) hanno tessuto le lodi di Cowboys&Aliens, altri invece hanno preso il film a badilate, senza speranza di remissione del suo peccato più grande: la commistione di generi. In molti portali, la critica ufficiale e quella degli spettatori sono agli antipodi e, anzi, ho la sensazione che, al di là del punteggio sempre mediocre, i critici siano stati più interessati rispetto al pubblico. In Italia si è verificata una rarità: C&A ha trovato più apprezzamento fra la critica che fra il pubblico, mentre in genere succede il contrario. Recepiamo i film d’azione in modo esaltato e la critica, poverina, si trova a dare voti bassini (a ragione) ricevendo pomodori e rappresaglie. Questa volta siamo davanti ad un film d’azione che la critica ha apprezzato come studio dei generi, come messaggio (la solita unione che fa la forza), ma che lo spettatore medio ha trovato incomprensibile, vacillante e soporifero.
La verità, quella che io credo essere tale, è che i giovani, attratti dalla componente sci-fi, si sono trovati davanti delle tempistiche leggermente diluite (da film western) e dei cliché forse troppo stereotipati. Per contro, i più attempati, quelli che sono cresciuti con gli spaghetti western, erano attratti dai cowboy, da Harrison Ford, dal Far West in generale, ma si sono trovati a dover fare i conti con gli extraterrestri. I quali sicuramente hanno indotto tantissimi a snobbare C&A. Da qui incassi mediocri e critica acida (peggio della mia quando ho la luna storta!).
Inoltre, molti accusano il film di intrattenere, ma non di far divertire, di non avere autoironia. Mi perdonerete, ma in un western che si rispetti l’ironia non c’è, viene sostituita e soverchiata dal cinismo, che è giustamente presente in C&A. Mancava solo la barella trascinata dal cavallo o il gunslinger nella bara, e poi c’era davvero tutto di un classico western.
Qualcuno rinfaccia agli alieni di C&A di non avere un vero motivo per essere sulla Terra, ma la stessa cosa accade in un’infinità di film sci-fi di qualsiasi livello, da quelli di serie A fino a quelli di serie Y (la Z spetta solo agli zombie). Si torna alle origini, ai terrestri che combattono minacce sconosciute. E non mi si dica che gli alieni non hanno motivo di esser sulla Terra: vogliono l’oro, in un’ambientazione western! Come fossero l’ultimo e più affamato dei cercatori del Klondike.
Un altro cliché direte voi. Certo, dico io, e aggiungo che non si può fare altrimenti. Nessun genere è scevro dai cliché, nessuna opera (sia un film, un libro, un fumetto, un videogioco, una canzone) può più fare a meno di citare qualcosa d’altro, perché nel 2014 le nuove opzioni sono solo reinterpretazioni.