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lunedì 16 febbraio 2015

Intervista a Patrizia Mandanici, disegnatrice di Legs Weaver (e altri)

Originariamente apparso su Isola Illyon.

Chi è Patrizia Mandanici?
Un’artista. Prima illustratrice, poi disegnatrice per Bonelli. Nasce a Messina, studia ad un liceo artistico di Roma e si iscrive all’indirizzo scenografico dell’Università di Belle Arti di Roma. Nei primi anni Novanta lavora come illustratrice per la rivista Avvenimenti e poi per il mensile Kaos, dedicato al mondo ludico. Realizza Billiteri per L’intrepido, Agenzia Scacciamostri per Il Giornalino e Jordi eroe galattico per Il Corrierino.
Per Star Comics realizza Ossian, e poi entra nella Sergio Bonelli Editore come disegnatrice di Legs Weaver. Successivamente, disegna alcune storie di Gregory Hunter, Nathan Never e del suo spin off Universo Alpha.

Bevenuta Patrizia sulle nostre pagine virtuali!
Le case editrici e il pubblico hanno sempre standard e richieste ben precise. Quanto, come artista, riesci a disegnare quello che vuoi come lo vuoi? E quanto, invece, ti “pieghi” alle esigenze editoriali?

Metà e metà, c’è sempre almeno un po’ di libertà. Quando arrivano le sceneggiature non ci sono mai tante imposizioni, c’è la descrizione dei personaggi, l’ambiente, i dialoghi, e quando serve anche l’atmosfera da trasmettere, tuttavia spetta al disegnatore visualizzare e quindi anche interpretare in maniera personale ed efficace quelle indicazioni; parlare con lo sceneggiatore aiuta a cambiare alcune cose se queste sembrano non funzionare – è un rapporto aperto tra i due, uno scambio alla pari.
Parlo soprattutto della mia carriera presso la Sergio Bonelli Editore: è chiaro che sappiamo di avere alcuni paletti, dovendo rispettare la “gabbia bonelliana”, perché la Casa editrice fa un genere di fumetto che vuole restare graficamente abbastanza realistico e conservare la propria tradizione e il proprio pubblico. Ma entro questi standard richiesti abbiamo abbastanza libertà.
Ci ho messo un po’ ad abituarmi a disegnare Nathan Never, perché Legs Weaver era molto più aperto a ricevere disegnatori più grafici che realistici. I due titoli si differenziano sia nelle trame che nei personaggi (molto più umoristici in Legs!) e così come Gregory Hunter è molto più “cartoonoso”. Con Nathan, fra l’altro, ho voluto abituarmi anche ai retini! Antonio Serra mi ha chiesto di provarli e ho deciso che sì, sembravano dare un tono più realistico al mio segno, quindi ho iniziato ad usarli e con il tempo ho lavorato anche sul tratto. Sono sempre aperta al nuovo. Per esempio, mi incuriosiva usare il computer per la lavorazione delle tavole, quindi ho accettato di provare e sono stata contenta. Se avessi voluto tornare a non usarli, avrei potuto farlo senza problemi.
Insomma, non posso disegnare soltanto quello che voglio, ma cerco sempre di trasmettere il mio stile. Ad essere sincera, mi piacciono molto gli stili ibridi, quindi cerco di mettere sempre del mio quando disegno Nathan Never. Quando un disegnatore lavora su storie e personaggi altrui è normale che si metta a disposizione della casa editrice per cui lavora. Se si ha voglia di lavorare su altro e con maggiore libertà c’è sempre a disposizione l’autoproduzione o anche internet per pubblicare i propri lavori personali. Io fino ad adesso l’ho fatto solo con piccole cose, illustrazioni più che altro, ma solo perché non ho né il tempo né un progetto valido su cui lavorare. Il lavoro alla Bonelli mi soddisfa e per adesso va bene così.

Un artista è qualcuno che fa quello che vuole come lo vuole, o qualcuno che si modella sulle esigenze e riesce comunque a trasmettere il messaggio che ha in mente nel modo che sente più proprio?
Sono assolutamente per la seconda categoria, ma non solo perché lavoro per la Sergio Bonelli, che è la perfetta trasposizione di quella filosofia. Ho sempre ammirato opere in cui è evidente che ci sono dei paletti e un serio lavoro di squadra. In molti di questi casi, quando finalmente l’opera è finita, sono da lodare tanto l’idea quanto la volontà di portarla avanti. Per esempio, Buffy ha buoni personaggi e una scrittura carismatica, ma è evidente che hanno dovuto adeguarsi alle necessità economiche e a quello che avrebbe dovuto essere il prodotto finale.
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I protagonisti di Patrizia Mandanici: Nathan Never, Legs Weaver, Ossian, Billiteri e Jordi.

Come è stato lavorare ad un prodotto particolare (per l’Italia) come Legs Weaver, che ha una protagonista omosessuale?
Molti non hanno amato il fumetto di Legs Weaver, forse per le caratteristiche della protagonista, forse per quelle del fumetto, che ha un tono molto più leggero rispetto a Nathan Never, pur appartenendo allo stesso universo. E forse anche lo stile grafico meno realistico ha contribuito a rendere Legs meno amata.
È ovvio che, riguardo all’omosessualità di Legs, non poteva diventare di primo piano e non si potevano realizzare storie troppo esplicite.
Di Legs mi è piaciuta molto la struttura non tipicamente bonelliana, fra cui anche la contaminazione dello stile con qualcosa che vira verso il manga. Questo si riflette nelle atmosfere, nell’umorismo e in un disegno non sempre realistico. Lavorare a Legs mi è piaciuto e mi sono divertita.
Ho disegnato il numero 51 – Gli amori difficili, in cui si tratta delle relazioni di Legs, e devo dire che gli sono rimasta molto legata.
Disegnare Legs non mi creava alcun problema, è stata un’idea bella e anche coraggiosa, era la prima volta che la Sergio Bonelli inseriva di contorno la tematica dell’omosessualità.

Orfani ha rinnovato molto il fumetto della Sergio Bonelli Editore, anche sotto il punto di vista del disegno. Come disegnatrice, cosa ne pensi di questa evoluzione? È davvero tale?
È difficile dire quando una cosa si evolve, anche perché parliamo della Sergio Bonelli Editore, che ha sempre fatto del classico il suo vero standard. Per chi lavora da tanto tempo in Bonelli è stata una grande e interessante novità.
Da disegnatrice, devo dire che i disegni di Orfani mi piacciono e hanno una grande potenza grafica. A me manca molto di quello che invece ha Annalisa Leoni, la colorista, che fra l’altro ha delle scadenze stringenti, quindi è doppiamente brava a non abbassare mai la qualità di colorazione. Se come è nelle sue intenzioni, Annalisa dovesse riuscire ad aprire una scuola di colorazione in cui spiegano non solo come colorare, ma anche come calibrare l’uso delle tinte e della luce sulle varie tavole, mi piacerebbe davvero molto seguirla.
Comunque, tornando a rispondere alla tua domanda, non so dire se Orfani con il suo disegno e la sua colorazione sono evoluzioni per la Bonelli, lo vedremo tra un po’, ma è un buon prodotto, con disegni realmente ben fatti.

Cosa ne pensi della professione del disegnatore in Italia?
Da quello che sento e leggo anche di altri colleghi, questa professione va peggiorando, almeno al di fuori della Sergio Bonelli e di poche altre grandi case editrici. Non dal punto di vista dell’impegno o della qualità, ma le paghe sono basse e alcuni faticano anche solo a farsi dare quel che spetta loro, almeno questo è quello che sento dire da alcuni illustratori. Probabilmente perché c’è crisi nell’editoria, è ormai un dato di fatto.
Io ho iniziato come illustratrice in Avvenimenti, dove lavorava un amico. Mi ha avvertita che cercavano un altro illustratore e così sono riuscita a sottoporre alla testata i miei disegni, che sono piaciuti. Non pagavano tanto, ma pagavano e a volte arrivavo a commissionarmi addirittura otto disegni al mese. Sono riuscita a mettere da parte questi soldi per spostarmi da Roma, dove abitavo, fino a Milano.
Sono riuscita ad arrivare a Milano nel 1991, praticamente all’avventura, perché ancora non avevo un’occupazione. Non sono arrivata per la Bonelli, non era quello il mio obiettivo. La conoscevo, ma mi sembrava inarrivabile… non avrei mai pensato di finire a lavorare come disegnatrice, e per di più per la Sergio Bonelli. Io collaboravo con l’autore Marcello Toninelli, è stato lui a farmi debuttare in campo fumettistico. Sempre lui mi ha invitata a provare con la Bonelli, seguendo il classico iter di prendere appuntamento e mostrare i miei disegni. È stato così che ho conosciuto Antonio Serra, cui era noto il mio lavoro per Ossian e che all’epoca cercava disegnatori per Legs Weaver.
patriziamandaniciintervista
Uno dei visionari alieni di Leo, tratto da Betelgeuse (che insieme a Aldebaran e Antares compone una “trilogia” di strani mondi extraterrestri)
Qual’è il tuo prodotto sci-fi preferito?
Blade Runner, perché è esattamente quel tipo di fantascienza con quel genere di tematica e di fotografia che mi piaceva molto e che ai suoi tempi sembrava rivoluzionario.
Parlando del fumetto, invece, Moebius che ha anche fatto alcuni bozzetti di Alien e Tron. E amo la flora e la fauna disegnate da Leo, che riesce ad inventare cose davvero fantastiche, mentre a dire la verità non apprezzo molto il suo stile che, soprattutto per quanto riguarda la raffigurazione dei personaggi, è sempre un po’ “legnoso”.

Domandaccia: visto che durante la presentazione alla conferenza ci hai detto che ti sei avvicinata alla fantascienza proprio grazie a Star Wars… cosa ne pensi del teaser di Star Wars VII?
Interessante e aspetto con fiducia! Però il film lo valuterò solo dopo averlo visto. Sinceramente, non mi disturba il fatto che sarà una produzione Disney, poche volte ho giudizi assoluti, perché tendo ad essere una persona accomodante. E dopotutto a me bastano personaggi vivi e un aspetto visivo interessante. Però non è che mi accontento solo di questo! Cerco anche altro nelle opere… se c’è bene, altrimenti mi accontento, ma se in esse trovo la possibilità di migliorare mi sono di ispirazione.

Grazie mille a Patrizia per aver sopportato con pazienza le mie domande, e a risentirci presto quando vorrà!

Intervista a Mauro Uzzeo: noi non facciamo cadaveri, noi facciamo la rivoluzione

Originariamente apparso su Isola Illyon.

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Dopo l’interessante conferenza Bonelli dedicata a Ringo durante il LC&G14, ho avuto il piacere e l’onore di intervistare una delle menti dietro la seconda stagione di Orfani: Mauro Uzzeo, che si è dimostrato estremamente disponibile e si è lasciato importunare per ben più di mezzora, regalando a me e a voi un’intervista molto interessante.
Ma chi è Mauro Uzzeo? Noi ne parliamo in relazione alla sceneggiatura della seconda stagione di Orfani, ma i prodotti in cui è stato coinvolto sono tanti e vari.
Per la Sergio Bonelli Editore ha curato diversi episodi di Dylan Dog, per l’Editoriale Aurea, John Doe (ne sceneggia la stagione conclusiva con Roberto Recchioni, ideatore di Orfani).
Ha sceneggiato video musicali di artisti italiani come i Tiromancino, Jovanotti e i Planet Funk e anche di artisti stranieri come Coolio & Snoop Dogg, ha curato spot televisivi come quelli della Coca-Cola, della Vodafone e della “Particella di Sodio” dell’Acqua Lete.

È approdato anche nell’editoria indipendente con il Velo di Maya per Montego, Alta Fedeltà per Edizioni BD e Wonderland per la Nicola Pesce Editore. Ha diretto alcuni cortometraggi, fra cui Il bambino che ha spento le stelle.
In Italia è noto per aver affiancato Iginio Straffi nella realizzazione delle avventure delle Winx e per il kolossal in CG Gladiatori di Roma, collaborando in questo progetto con la Rainbow Cgi (di cui ha fatto parte fino al 2012 come direttore responsabile del reparto creativo). Per il cinema ha inoltre curato gli effetti visivi de L’ultimo terrestre (per la regia di Gipi) e sta scrivendo due lungometraggi per la Wildside.
Scrive per Repubblica XL e, come se il curriculum non fosse già ricco, è stato premiato al Future Film Festival, ai Castelli Animati e al tedesco Animago.
Se volete vedere qualche suo lavoro, è lui ad aver curato la regia del video del nuovo singolo di Bungaro ft. Paola Cortellesi, “Dimentichiamoci”.
Ma per capire chi sia davvero questa strana persona, mi affido a quel che lui stesso dice di sé sul suo blog: “Quel tizio che scrive da quando era bambino e sempre per la stessa esigenza: raccontarsi con la scusa di raccontare. Confondersi tra tanti personaggi per scongiurare la paura che quello sia proprio lui.[…] Nasce il 25 agosto del 1979 cominciando malissimo e migliorando man mano”.

Alert! L’intervista contiene qualche spoiler. Pochi, ma ci sono e sono necessari a capire il contesto.
Se vi sentite molto River Song, evitate di proseguire!

Ciao Mauro, grazie mille per l’intervista che ci hai concesso e ben approdato sulle pagine digitali di Isola Illyon! Partiamo subito con le domande scomode. La fantascienza in Italia è un genere un po’ morto, ma sembra finalmente essere stato rinfrescato da Orfani: cosa rappresenta per voi questa testata? Che obiettivi vi siete posti?
Ciao a tutti! Se la fantascienza buona è quella che usa il futuro come scusante per mettere in luce le ombre del presente, quella che preferisco io è la fantascienza che si concentra sulle persone piuttosto che sulle battaglie fra pianeti e razze aliene. E Orfani: Ringo è la storia di un uomo che ha combattuto su altri pianeti, ha scoperto che la realtà è diversa da quello che gli avevano raccontato e, per questo, ha dato il via a una rivoluzione che avrebbe dovuto cambiare il mondo, ma che di fatto si è sciolta in un bicchier d’acqua. Questo perché la gente si addormenta laddove i governi inventano facili speranze. Orfani nasce fin da subito come una testata fortemente politica. Roberto Recchioni nella prima stagione racconta la crisi che ha investito l’Europa. I protagonisti sono quasi tutti spagnoli proprio perché la Spagna è stata la prima nazione a cadere sotto i morsi della crisi. In questa seconda stagione ha scelto invece di concentrarsi sul nostro Paese, provando a creare uno specchio delle problematiche odierne. La scelta è stata fatta, ovviamente, con la speranza di riuscire a parlare ai lettori – soprattutto a quelli più giovani – continuando comunque a farli divertire.

In quale filone della fantascienza potremmo inserire Orfani?
La prima stagione di Orfani si inserisce nel filone della fantascienza bellica, ottimamente rappresentato da libri/film come Fanteria dello spazio [Starship Troopers], Full Metal Jacket e videogiochi come Halo. Ed è puro pane per i denti di Roberto, che però ha gusti lontanissimi dai miei. È proprio per questa differenza di sensibilità che Roberto mi ha chiamato a bordo per questa stagione. Per tematiche e atmosfere, Orfani: Ringo si rifarà invece più agli scenari disperati e apocalittici di The Last of Us o a quel capolavoro che è The Road di Cormac McCarthy, uno dei miei scrittori preferiti. Se domani finisse il mondo, nessuno ti direbbe cosa è accaduto esattamente, ti troveresti spaesato e il tuo obiettivo sarebbe soltanto sopravvivere il più a lungo possibile e, come in The Road, salvare il tuo unico bambino… e con esso il futuro.
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La copertina del secondo volume di Ringo: Nulla per Nulla!
Orfani e Ringo hanno design molto accattivanti, che a tutti gli appassionati di fantascienza (e non) hanno ricordato una quantità di prodotti indefinita. Ma le citazioni che si nascondono al loro interno sono davvero solo ai prodotti sci-fi?
Il discorso delle citazioni è sempre molto complicato perché, in genere, i lettori tendono a dimenticare che chi racconta attinge sempre ad un bacino di archetipi che ricorre nei secoli. Per farti l’esempio più chiaro di tutti, lo spunto iniziale di questa seconda stagione è più facilmente rintracciabile nella Filumena Marturano perché, proprio come in questo importante classico del teatro italiano, anche Ringo si troverà a dover crescere e proteggere tre bambini sapendo solo che uno dei tre è il suo, ma non sapendo quale.
Viviamo un’epoca in cui è difficile fare ipotesi concrete sul nostro futuro, dove tutto è precario. Per questo vogliamo mettere in scena la fatica di un uomo, un tempo un Orfano, che scopre di essere diventato padre in un mondo ormai condannato.
Per quanto riguarda invece “citazioni” più recenti, non ce ne sono di dirette. Roberto è un autore postmoderno che mastica e rivomita cinema e fumetti a volontà, io sono molto più distratto. Per esempio, Alien è il mio film di fantascienza preferito, ma non saprei davvero citarne le battute a memoria!
Nel gruppo di ribelli che vediamo nel secondo albo di Orfani: Ringo, qualcuno potrà pensare ai ribelli di Star Wars, ma io giuro che avevo in mente più quelli di Robin Hood… che in fondo sono la stessa cosa.
No, l’unica cosa che ho davvero citato sono dei dialoghi presi dai libri e dai diari di Gino Strada, una delle figure più importanti e controverse di quest’ultimo secolo: quando leggerete l’albo probabilmente riuscirete a capire il contesto in cui sono state inserite.

Non fraintendere la domanda: io adoro le citazioni. Tuttavia, molti hanno tacciato Orfani di scopiazzare in modo fastidioso molte altre opere. Cosa ne pensi? È davvero possibile creare prodotti totalmente innovativi senza usare riferimenti anche casuali ad altri lavori?
Io credo che in narrativa il prodotto totalmente innovativo non è mai esistito. Chiunque racconti una storia si scontrerà con qualcun altro che, qualche anno prima, aveva sentito qualcosa di simile in un bar.
Nella narrativa popolare, cui anche Orfani appartiene, è davvero impossibile innovarsi al cento per cento, proprio perché, a sua volta, l’opera “pop” si nutre di tutto ciò che fa parte dell’industria dell’entertainment.
E questo non da oggi, sia chiaro! Sergio Bonelli, col suo alias Guido Nolitta, scriveva racconti di Zagor in cui riversava tutto l’entusiasmo che provava guardando i film western e gli horror dell’epoca. Qualche anno dopo, Tiziano Sclavi, su Dylan Dog si divertì a giocare, dimostrando a tutti quanto Terminator raccontasse praticamente la stessa storia della leggenda ebraica del Golem.
La narrativa popolare vive dei suoi precedenti, l’importante è che sappia essere sempre al passo coi tempi, aggiornandosi ai gusti e ai palati contemporanei.

Qual è il più grande pregio di Orfani? Cosa dovremo aspettarci da Ringo?
Roberto e Emiliano Mammucari con Orfani sono riusciti a far riavvicinare una gran fetta di adolescenti ai fumetti italiani della Bonelli. Questa era la loro “missione” e questo è quello in cui sono riusciti meglio. Hanno portato all’attenzione del lettore generalista alcuni tra i più grandi talenti underground del disegno, hanno mostrato al lettore classico di fumetti Bonelli un linguaggio diverso e hanno imposto, nella più importante casa editrice italiana, un uso del colore lontanissimo da quello tradizionale.
Queste sono alcune delle vittorie che un esperimento simile ha portato al fumetto popolare italiano.
La divisione in stagioni, inoltre, permette di capovolgere tutte le carte in tavola. Quindi, quello che dovrete aspettarvi da Ringo è qualcosa di immediatamente successivo a Orfani, ma anche, allo stesso tempo, completamente diverso. E così sarà per la terza stagione.
Aspettatevi battaglie, ma anche albi completamente introspettivi. Aspettatevi scenari disperati, ma anche ambientazioni sconvolgenti e poi, sì, sesso, violenza, androidi pazzi e vendicativi e tanto, tanto romanticismo.
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Uno dei Corvi, i personaggi che a mio parere hanno il design più accattivante di tutto Orfani e Ringo. Belli, neri e con particolari fluorescenti che illuminano il costume… e danno una nota tanto sci-fi, quanto cyberpunk.
In Internet si parla continuamente del flop di Orfani e Dragonero, le due serie Bonelli più innovative e rivolte ad un pubblico giovanile. Eppure sembrate intenzionati a proseguirle e voi elogiate il successo ottenuto. Sorge il dubbio che ci siano stati fraintendimenti sui dati di vendita…
Su Internet si dice anche che gli aerei passano sulla mia testa per lavarmi il cervello, per cui io mi godrei la rete più dal punto di vista di un gigantesco e bizzarro reality dove tutto può succedere.
Per quanto riguarda i fatti, invece, tempo fa si sono letti alcuni dati di vendita che, seppur arrotondati per difetto, erano corretti. Ma il punto non è il mero dato numerico, quanto la chiave di lettura di questi dati. Il primo numero di Orfani ha venduto qualcosa come 55mila copie. Considerato che testate che hanno esordito successivamente hanno venduto meno, può considerarsi un successo l’idea di distribuire i numeri zero di Orfani e Dragonero nei Gamestop? Forse sì. Forse no. Forse hanno influito positivamente le tematiche fantasy/fantascientifiche che si riallacciano a un certo immaginario più giovanile?
È ancora presto per tirare le somme in questo senso, per capire se si tratti di casi o di un nuovo sistema. Le vendite di Orfani si sono assestate su una media di 30mila copie al mese, ma col primo numero di Orfani: Ringo, che è un numero uno anomalo, si sono vendute circa 45mila copie: un risultato molto superiore al previsto. E questo è incredibile per una testata che non ha ricevuto altra pubblicità che quella, di un mese, sul sito della Bonelli e nella terza di copertina dell’ultimo numero della prima stagione.
Il primo numero di Orfani: Ringo è un numero uno anomalo in quanto è stato promozionato come una nuova serie, poiché rivelarne anche solo il titolo avrebbe significato spoilerare ai lettori un dettaglio saliente con mesi di anticipo rispetto alla conclusione della prima stagione. Tecnicamente è come dire che è un vendutissimo numero 13, e se questa magia si ripetesse a ogni inizio stagione sarebbe un buon modo di mantenere desta l’attenzione verso la testata! A questo aggiungici l’effetto di ritorno che si avrà grazie al motion comics, che uscirà a breve su Rai4, e ad altre iniziative che saranno presto annunciate. Non male per una serie che ha esordito solo un anno fa.
Se a questo ci sommiamo il fatto che la terza stagione è in stato di produzione avanzata, con uno staff di autori di prim’ordine, e che si comincia a ventilare l’ipotesi di una quarta… direi che la Bonelli ha uno strano modo di reagire ai flop!

Forse perché Orfani non è stato il flop che il popolo di internet ha supposto, ma anzi una grande innovazione per il fumetto italiano.
Poi Mauro, disperato, mi ha chiesto se quella posta era l’ultima domanda, ho avuto un po’ di pietà per lui e, sapendo di essere una creatura orribile, ho deciso di non stressarlo oltre, anche perché era atteso dagli amici e c’erano con lui anche la compagna e lo Zagor-bimbo. Non posso che rinnovargli i miei ringraziamenti per la disponibilità dimostrata (durante l’intervista e nella fase di assemblaggio di questo pezzo), per la simpatia, la spontaneità e la passione con cui ha risposto alle domande.
Comunque è veramente raro trovare persone con tanta passione e questo, secondo me, è il più grande dei motori della Sergio Bonelli Editore… o SBE, come piace chiamarla a Roberto Recchioni.

Intervista ad Antonio Serra, il papà di Nathan Never

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Antonio Serra alle prese con un autografo.



Originariamente apparso su Isola Illyon.

Benvenuti anche quest’oggi al settimanale appuntamento con… Bonelli. Bonelli ovunque. Sono abbonata, che devo farci? Gli autori Bonelli spuntano come funghi attorno a me… no, la verità è che devo ringraziarli per la disponibilità che dimostrano puntualmente nel sottostare alla tirannide delle mie domande. Di nuovo, anche Antonio Serra mi ha risposto con una passione fuori dal comune. A lui piace incredibilmente chiacchierare, tanto è che lo ho placcato un’interessantissima conferenza che, al posto che durare un paio di ore scarse, è durata più di tre ore.
Avete capito bene, comunque, abbiamo importunato niente di meno che il papà di Nathan Never, uno dei fumetti di punta della Sergio Bonelli Editore.
Inizio con le solite note biografiche, utili ad inquadrare il personaggio in questione.
Antonio Serra nasce ad Alghero il 16 febbraio 1963. All’inizio degli anni Ottanta, dopo aver collaborato alla fanzine di fantascienza Fate Largo, costituisce insieme a Michele Medda e Bepi Vigna il Gruppo dei Tre Sardi. Le sue collaborazioni con la SBE iniziano nel 1985, portandolo l’anno seguente a trasferirsi a Milano.
Ufficialmente entra a far parte della scuderia SBE nel 1987 e, dopo aver sceneggiato alcune storie di Martin Mystère e Dylan Dog, esordisce con il Gruppo dei Tre Sardi con Nathan Never. Disegnato da Claudio Castellini, questo personaggio vede la luce nel 1991 e offre al mercato del fumetto italiano il suo primo eroe fantascientifico, che ha un’importanza cruciale nel mercato del tempo e nella cultura bonelliana.
Partecipa inoltre alla stesura di alcune voci dedicate ai fumetti giapponesi inclusi ne La Grande Avventura dei Fumetti, una raccolta di fascicoli edita dall’Istituto Geografico De Agostini fra il 1990 e il 1991.
Nel 1995, da un coprotagonista di Nathan Never, Serra ed altri autori avviano uno spin-off innovativo perché incentrato su una protagonista femminile, Legs Weaver, per giunta omosessuale. Purtroppo la serie viene soppressa nel 2005, ma Legs non sparisce e torna nella testata principale.
Serra negli anni ha anche sceneggiato storie per Agenzia Alfa, sempre collegata all’universo di Nathan Never, ma focalizzata sul resto dell’Agenzia.
Nel 2001 la SBE edita Gregory Hunter, ispirato ad un personaggio creato in gioventù proprio da Antonio Serra. È una serie di fantascienza, ma con un protagonista più scanzonato di Nathan Never e con atmosfere meno cupe, più simili all’estetica dei film sci-fi anni ’50. Ma Gregory Hunter non ottiene un buon successo e viene soppresso dopo 17 albi.
Insieme a Gianmauro Cozzi, Serra da la vita alla miniserie Greystorm. La serie viene presentata al Lucca Comics&Games del 2009, mentre il primo volume è ancora nelle edicole. La miniserie consta di 12 numeri, è ispirata ai romanzi scientifico-avventurosi (e un po’ steampunk) di Jules Verne e, per la prima volta, una serie Bonelli non ha per protagonista un eroe positivo.


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Orfani, l’innovativa serie sci-fi Bonelli.
Salve Antonio, è un onore (e un onere enorme) darti il benvenuto sulle pagine olografiche di Isola Illyon! Visto che stiamo ultimamente focalizzando l’attenzione su Orfani e Ringo, prima di parlare del tuo lavoro, volevo chiederti: come hai preso l’uscita di Orfani?
Intendi dire se lo considero concorrente di Nathan Never? Beh, un po’ sì, ma è anche vero che alla SBE ogni autore è libero di realizzare i propri prodotti con autonomia totale e questa è una delle grandi forze della nostra Casa editrice. Quindi, quando ho appreso che ci sarebbe stata una nuova serie fantascientifica, e per di più a colori!, ero soprattutto molto curioso. Ho avuto poi modo di leggere gli albi in anteprima e devo dire, non è un segreto per nessuno, che Orfani mi è piaciuto, ma avrei preferito che Roberto (Recchioni, s’intende) utilizzasse scelte narrative che, per quanto mi riguarda, rafforzassero l’impatto della narrazione. Avrei preferito, per esempio, che i giovani protagonisti fossero dei “buoni traditi”, piuttosto che dei “cattivi ingannati”, cioè, alla fine, avrei desiderato leggere qualcosa di più tradizionale. Sicuramente in questo mio pensiero conta molto la differenza d’età tra me e l’intero staff di Orfani. La società intorno a noi si è evoluta e certe cose che a me piacciono ormai non sono più valide, non interessano più al pubblico. Il mercato del fumetto in Italia è in regressione da anni e Orfani è uscito in un tempo che lo pone in una condizione di svantaggio rispetto, per dire, al momento in cui uscì Nathan Never. Orfani ha ottenuto buoni risultati, visto il momento difficile, e Nathan è in profonda sofferenza di vendite, dopo oltre vent’anni di presenza in edicola. Insomma, speriamo che la proposta fantascientifica della SBE, anche grazie alle radicali differenze tra le due testate, non risulti “eccessiva” per i lettori rimasti. Ma lo sforzo di Orfani è quello di catturare l’attenzione non solo come fumetto, ma anche attraverso la multimedialità, una trasformazione complessa che condivido, sebbene non mi appassioni. L’ho già detto: sono vecchio (e stanco) e pensare ai personaggi come protagonisti di film o telefilm ormai non mi interessa più. Sono un fumettaro e vorrei morire fumettaro, anche se non credo sarà effettivamente possibile. Il cambiamento in corso è comunque un buon tentativo di ampliare il raggio di copertura della Bonelli in piattaforme che vadano oltre il fumetto tradizionale.
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Il primo numero di Nathan Never debuttò sul mercato italiano nel lontano 1991, ottenendo un boom di vendite oggi impensabile.
Cosa rappresenta secondo te Nathan Never per la fantascienza italiana? E per il mercato del fumetto italiano?
Quando Nathan Never è approdato in edicola, nel 1991, non c’era sul mercato una serie fantascientifica italiana. Per questo è stato accolto molto bene, il numero uno ha venduto 300mila copie e in un secondo momento ci siamo stabilizzati per oltre dieci anni su una vendita di circa 200mila. Cifre oggi inimmaginabili, supportate dal fatto che altre testate, come Tex e Dylan Dog, ottenevano in quello stesso momento risultati ancora più spettacolari. Senza quel sostegno, Nathan non ce l’avrebbe mai fatta. Quando Nathan Never ha iniziato a perdere colpi, attorno al 2000, è stato però in contemporanea con tutti gli altri: tutte le testate Bonelli, tutti i fumetti e gli editori hanno cominciato ad avvertire un calo delle vendite. Questa, è chiaro, è una crisi di altro tipo, creativa e sociale, cui solo in un secondo momento si è collegata quella economica.
Per quanto riguarda cosa rappresenta per la fantascienza italiana… beh, rido a pensarci, ma Nathan è diventato sinonimo di fantascienza al punto che viene citato nei quiz televisivi. Viene usato come metro di paragone, tanto che ho sentito dire, con mio grande stupore, in televisione, parlando di film di fantascienza sul grande schermo, che quella tale pellicola era “una cosa alla Nathan Never”. Poi mi capita, e mi imbarazza, di incontrare alle fiere o a varie manifestazioni, come questa di oggi, tante persone che si sono avvicinate al tema della letteratura d’anticipazione a causa di Nathan. Per loro sembra avere un’importanza. Sogno che sia vero.

antonioserra
Blade Runner, tratto da una novella di P. Dick, ha segnato un’epoca della fantascienza e della cultura.
Nathan è stato senza dubbio un fumetto avanguardistico. Secondo te, nel 21° secolo, è possibile creare un prodotto del tutto privo di cliché e riferimenti casuali e inconsapevoli ad altre opere? Ma soprattutto, sarebbe una scelta vincente?
Questa operazione di “citazione” è continua, è inutile polemizzare.
È sempre stato così, ma è difficile da spiegare alle generazioni cresciute con internet. Il pubblico non ci crede, ma l’originalità è nel modo in cui si contestualizza un tema, non nell’idea che, per sua natura, è già nota. Un’idea del tutto nuova non sarebbe capita e non avrebbe successo. Ho avuto un gran timore che la somiglianza di Orfani con un prodotto come Halo (per citare solo uno dei più evidenti punti di riferimento, ma certo non l’unico) fosse un problema, ma anche Halo assomiglierà ad altro, perché funziona così.
Quello che si è preso Roberto, insieme ai suoi collaboratori, è un rischio che ci siamo presi anche noi con Nathan Never: c’era Blade Runner, c’erano mille serie giapponesi, tra cui principalmente Gundam e Macross, c’erano i polizieschi dell’87° Distretto… e chi più ne ha più ne metta, ma era un’epoca diversa. Funzionavano così anche le storie classiche scritte da Sergio Bonelli, dove il cliché era una piacevole scoperta per chi non lo conosceva prima, o l’unico modo che si aveva per rivedere una scena, una situazione, un personaggio già vissuto in un altro contesto, principalmente al cinema, ma anche sulle pagine di un libro.
Come spiegare oggi un mondo che non aveva videoregistratori, nel quale il fantasy e la fantascienza non erano i generi dominanti, ma considerati prodotti per persone decisamente limitate intellettualmente? Questa dinamica è venuta meno con l’avvento di internet, che mette tutto alla portata di tutti e che permette al sospetto di “copiatura”, o di plagio, di diffondersi con rapidità e in modo categorico.
Io non saprei scrivere storie che non ho visto e che non siano simili a quelle universali, comuni a tutti. Alla fine, questo senso di universalità è la ragione per cui tutte le storie vengono rappresentate simili e ricorrenti. Danno sensazioni di continuità e familiarità. Quindi no, una storia senza cliché non sarebbe vincente, perché rischierebbe di trasmettere un senso di estraneità che, più che generare empatia, porterebbe chi fruisce dell’opera a discostarsene. A riprova di questo, nei secoli c’è stato chi, spesso mosso dal genio, non ha sviluppato in modo lineare quello che gli era giunto, ma ha mosso due, tre, o quattro passi più avanti, diventando un incompreso o un folle e venendo rigettato dalla cultura a lui contemporanea, per poi essere riscoperto più tardi. Ma questo ci fa anche capire che i cliché, come li chiami tu, si evolvono con la società e cambiano con essa. Per questo ciò che piace a me, e che piaceva oltre vent’anni fa, non può piacere al pubblico di oggi.
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L’allunaggio ha cambiato l’immaginario sci-fi, ma c’è chi è pronto a giurare che l’uomo non è mai andato sulla Luna, o che non lo ha fatto nel 1969!
Dopo averti sentito parlare con tanta passione per più di tre ore, mi è sorta una curiosità enorme. Quindi te lo chiedo: come è nato l’amore per la fantascienza?
Avevo x anni e… no, lo so precisamente quando è successo e non ho bisogno di pensarci. Avevo sei anni, era il 1969. Luglio 1969, lo sbarco dell’uomo sulla Luna. L’evento era talmente importante che la televisione italiana fece una diretta durata un giorno intero. Questa cosa era entusiasmante per me bambino, ma anche per gli adulti, quindi la televisione è stata lasciata accesa, in attesa che l’uomo sbarcasse sul nostro satellite. Mi ricordo che eravamo ad Alghero, dove si passavano allora le vacanze estive, e tutta la mia famiglia era davanti alla televisione. Mentre si aspettava il fatidico momento, la Rai trasmetteva senza sosta film fantascientifici. Mi ricordo tutto, i titoli dei film e la paura per quello che vedevo.
Inoltre per me è stato un periodo di grande entusiasmo. Ero in prima elementare e a scuola avevano portato dei libri che, uno per ognuno, noi alunni avremmo dovuto leggere. Prima dovevamo sceglierli, però, e allora mi ricordo i miei compagni di classe affollati attorno al tavolo dove i libri erano stati messi in mostra. Io non sono mai stata una persona del genere, ho sempre aspettato. Anche in aereo, gli altri prendono i bagagli, si affrettano a scendere, mentre io sono l’ultimo, prendo le mie cose con calma e scendo, senza spintonare, senza agitarmi, senza rischiare di tirare angoli di valigie in testa alla gente. Aspetto, sono una persona che lo sa fare bene. Quindi restai seduto con la speranza che nessuno prendesse il libro con il missile in copertina. Lo avevo visto ed ero restato affascinato dall’immagine, e non potevo che sperare toccasse a me. Quando i miei compagni se ne furono andati e io mi alzai, trovai sul tavolo proprio quel libro, “Dalla Terra alla Luna” di Jules Verne. Un libro, uno scritto che, a ben guardare, è un romanzo umoristico che ha poco a che fare con la fantascienza. Lo scrittore è un francese e la vicenda è ambientata in America, in sostanza fa risaltare gli americani come i soliti spacconi un po’ sciocchi, che era poi il modo in cui i francesi li vedevano. Comunque, all’epoca lo lessi divorandolo e questa passione proseguì pian piano, anche grazie a mio padre che, viaggiando molto, acquistava spesso i volumetti di Urania per passare il tempo in treno.

Qual’è la tua opera preferita? Rispondere Gojira non vale, saresti il terzo! E poi dopo un ampio spaccato su Gojira abbiamo capito quanto ti piaccia la lucertolona.
Allora Star Trek 2 – L’Ira di Khan, perché c’è la prima battaglia “navale” fra astronavi… o meglio, la prima che io abbia visto. Sicuramente c’è qualcosa di precedente, ma questa per me è stata la prima.

Questo è inaspettato… cosa ne pensi del remake, allora?
Il primo dei nuovi film di Star Trek mi ha divertito, ma il secondo è un vero pasticcio. Quando smetti di cercare di ricondurre la nuova Ira di Khan alla prima versione, allora è anche godibile. Tuttavia, se cerchi i riferimenti… resti deluso, perdi il filo, non ti godi proprio niente. E poi, a me piace quello vecchio. Non fa testo che a voi giovani il nuovo sia piaciuto, perché c’è un salto generazionale che rende Star Trek qualcosa di diverso per noi e per voi, anche se avete visto le stagioni per intero. Insomma, tanto per cambiare, sono troppo vecchio per il “nuovo” Star Trek.

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“Sei ancora vivo, vecchio amico mio” è una citazione tratta dal secondo dei film classici di Star Trek, l’Ira di Khan appunto. Con questa celebre frase abbiamo voluto salutare Antonio.
Ma no, è solo questione del cambio dei cliché, lo hai detto tu!
Ora faccio la domanda che non si deve fare. Star Trek o Star Wars?

Vuoi proprio farmi guadagnare le ire dei fan dell’uno o dell’altro! Diciamo che preferisco Star Trek, ma non è vero. Sono due cose diverse. Star Trek è fondamentalmente più realistico perché non ha una struttura fiabesca. Il mio personaggio preferito di Star Wars, invece, è il robottino che appare durante lo scontro finale nella Vendetta dei Sith, quando Anakin praticamente gli salta sopra, lo destabilizza e rischia di farlo cadere nella lava. Lucas si preoccupa di far vedere il dramma del robottino, quindi ci preoccupiamo anche noi della sua sorte. È una cosa fantastica, oltre che del tutto sbagliata dal punto di vista drammatico.
In ogni caso, in generale, tutti i droidi di Star Wars mi piacciono molto, ma quest’opera è interessante anche sotto altri punti di vista. È un mondo ben costruito e questo, unito alla quantità di personaggi, soprattutto della nuova trilogia, ti permette di focalizzarti più che altro sul contorno. D’altra parte, i protagonisti sono veramente troppo stereotipati. Mi fa sorridere che quelli cui la nuova trilogia non è piaciuta si intestardiscano sul fatto che quella vecchia avesse una storia più “seria”. La verità è che la trilogia classica era più semplice, perché la tecnologia era più limitata. Poi, quando George Lucas ha avuto la possibilità di farlo, ha corretto quello che non gli era stato tecnicamente permesso di girare all’inizio. Ma è un discorso lungo e complicato…

E l’ora si è fatta tarda, fuori è buio e ti aspettano altre persone. Quindi ti ringrazio tantissimo e ti libero dalla mia morsa. Rinnovo i miei ringraziamenti per il tanto tempo concesso alle nostre pagine e spero di rivederti e risentirti presto.